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Ultimi commenti

unodibergamo
13 Settembre 2026 | 18.33

Ecco il messaggio (non mio ma di un amico) che mi sento di condividere sulla questione.


Io sto con la Curva.


E trovo questo striscione molto più intelligente di qualsiasi insulto.


«Hai scelto di passare nella nostra storia, ma non di appartenerle. Addio bandierina.»


Perché il punto non è cancellare De Roon.


Dieci anni, 445 presenze, una coppa alzata da capitano, battaglie, vittorie, sconfitte.


È e resterà uno dei giocatori più importanti della storia dell’Atalanta. Ma storia e appartenenza non sono la stessa cosa.


Per anni De Roon ha costruito qualcosa che andava oltre il semplice rapporto professionale: Bergamo, la maglia, la Curva, le rivalità, le provocazioni agli avversari, il sentirsi uno di noi.


Ha contribuito lui stesso a costruire l’immagine della bandiera.


Poi arriva il momento in cui quelle parole hanno un costo. E lì si scopre quanto valgono davvero.


Poteva andarsene? Certamente.

Poteva scegliere la Roma di Gasperini? Altrettanto.


È un professionista, ha fatto i propri interessi.


Ma allora chiamiamoli interessi. Senza impacchettarli dopo nella carta regalo dell’appartenenza, della famiglia, dell’amore per Bergamo e di tutto il repertorio sentimentale che nel calcio funziona benissimo finché non arriva un’opportunità migliore.


Ed è qui che trovo quasi paradossale il ruolo della Curva. In un calcio nel quale società, calciatori, procuratori e persino molti tifosi parlano continuamente di valori, identità, fedeltà, rispetto e appartenenza, quelli dipinti come anacronistici e fuori dal tempo finiscono per essere tra i pochi a prendere ancora sul serio quelle parole.


Una bandiera è tale proprio quando esserlo comporta una rinuncia. Se lo sei soltanto finché coincide con il tuo interesse, non è appartenenza: è convenienza.


E trovo curioso anche leggere tanti tifosi che liquidano tutto con: «Ha fatto bene, è un professionista, avrei fatto lo stesso».


Probabilmente è proprio così. E forse, involontariamente, stanno raccontando qualcosa anche di loro stessi: davanti all’offerta giusta, nel proprio lavoro e nel proprio piccolo, molti farebbero esattamente la stessa scelta.


Legittimo. Ma allora bisogna avere anche l’onestà di accettarne la conseguenza: se qualsiasi scelta è giusta quando conviene abbastanza, smettiamo di riempirci la bocca di valori.


Perché i valori sono facilissimi da difendere quando non costano niente.


La Curva, invece, sta dicendo una cosa tremendamente fuori moda: non tutto ciò che conviene deve necessariamente essere fatto.


Esistono cose alle quali rinunci proprio perché attribuisci un valore a qualcos’altro.


Per questo lo striscione non cancella De Roon e non gli nega il diritto di scegliere.


Gli nega qualcosa di molto più preciso: la pretesa di conservare intatto il capitale morale della bandiera dopo aver scelto, legittimamente, il proprio interesse.


Grande giocatore dell’Atalanta. Capitano. Recordman. Protagonista di un’epoca irripetibile. Parte enorme della nostra storia. Tutto rimane.


Bandiera, però, è un’altra cosa. Ed è per questo che quel “bandierina” è tanto feroce quanto perfetto. Perché se appartenenza e convenienza fossero la stessa cosa, non servirebbero le bandiere.


Basterebbero i listini prezzi.

maurom72
14 Settembre 2026 | 00.16
unodibergamo
13 Settembre 2026 | 18.33

Ecco il messaggio (non mio ma di un amico) che mi sento di condividere sulla questione.


Io sto con la Curva.


E trovo questo striscione molto più intelligente di qualsiasi insulto.


«Hai scelto di passare nella nostra storia, ma non di appartenerle. Addio bandierina.»


Perché il punto non è cancellare De Roon.


Dieci anni, 445 presenze, una coppa alzata da capitano, battaglie, vittorie, sconfitte.


È e resterà uno dei giocatori più importanti della storia dell’Atalanta. Ma storia e appartenenza non sono la stessa cosa.


Per anni De Roon ha costruito qualcosa che andava oltre il semplice rapporto professionale: Bergamo, la maglia, la Curva, le rivalità, le provocazioni agli avversari, il sentirsi uno di noi.


Ha contribuito lui stesso a costruire l’immagine della bandiera.


Poi arriva il momento in cui quelle parole hanno un costo. E lì si scopre quanto valgono davvero.


Poteva andarsene? Certamente.

Poteva scegliere la Roma di Gasperini? Altrettanto.


È un professionista, ha fatto i propri interessi.


Ma allora chiamiamoli interessi. Senza impacchettarli dopo nella carta regalo dell’appartenenza, della famiglia, dell’amore per Bergamo e di tutto il repertorio sentimentale che nel calcio funziona benissimo finché non arriva un’opportunità migliore.


Ed è qui che trovo quasi paradossale il ruolo della Curva. In un calcio nel quale società, calciatori, procuratori e persino molti tifosi parlano continuamente di valori, identità, fedeltà, rispetto e appartenenza, quelli dipinti come anacronistici e fuori dal tempo finiscono per essere tra i pochi a prendere ancora sul serio quelle parole.


Una bandiera è tale proprio quando esserlo comporta una rinuncia. Se lo sei soltanto finché coincide con il tuo interesse, non è appartenenza: è convenienza.


E trovo curioso anche leggere tanti tifosi che liquidano tutto con: «Ha fatto bene, è un professionista, avrei fatto lo stesso».


Probabilmente è proprio così. E forse, involontariamente, stanno raccontando qualcosa anche di loro stessi: davanti all’offerta giusta, nel proprio lavoro e nel proprio piccolo, molti farebbero esattamente la stessa scelta.


Legittimo. Ma allora bisogna avere anche l’onestà di accettarne la conseguenza: se qualsiasi scelta è giusta quando conviene abbastanza, smettiamo di riempirci la bocca di valori.


Perché i valori sono facilissimi da difendere quando non costano niente.


La Curva, invece, sta dicendo una cosa tremendamente fuori moda: non tutto ciò che conviene deve necessariamente essere fatto.


Esistono cose alle quali rinunci proprio perché attribuisci un valore a qualcos’altro.


Per questo lo striscione non cancella De Roon e non gli nega il diritto di scegliere.


Gli nega qualcosa di molto più preciso: la pretesa di conservare intatto il capitale morale della bandiera dopo aver scelto, legittimamente, il proprio interesse.


Grande giocatore dell’Atalanta. Capitano. Recordman. Protagonista di un’epoca irripetibile. Parte enorme della nostra storia. Tutto rimane.


Bandiera, però, è un’altra cosa. Ed è per questo che quel “bandierina” è tanto feroce quanto perfetto. Perché se appartenenza e convenienza fossero la stessa cosa, non servirebbero le bandiere.


Basterebbero i listini prezzi.

albisarnico
14 Settembre 2026 | 00.06
giomil
13 Settembre 2026 | 19.00
BRETAGNA_NEROBLU
13 Settembre 2026 | 23.03
giuliano70
13 Settembre 2026 | 22.42
SubbuteoGroup
13 Settembre 2026 | 22.59
GL3L
13 Settembre 2026 | 21.35
giomil
13 Settembre 2026 | 19.00
giomil
13 Settembre 2026 | 19.00
Dublin1907
13 Settembre 2026 | 21.27
seagull
13 Settembre 2026 | 21.20
ciotta
13 Settembre 2026 | 19.40
GUIDO66
13 Settembre 2026 | 19.18
Neroblu09
13 Settembre 2026 | 18.24
giomil
13 Settembre 2026 | 19.00
PACI__PACIANA
13 Settembre 2026 | 15.59
unodibergamo
13 Settembre 2026 | 18.33

Ecco il messaggio (non mio ma di un amico) che mi sento di condividere sulla questione.


Io sto con la Curva.


E trovo questo striscione molto più intelligente di qualsiasi insulto.


«Hai scelto di passare nella nostra storia, ma non di appartenerle. Addio bandierina.»


Perché il punto non è cancellare De Roon.


Dieci anni, 445 presenze, una coppa alzata da capitano, battaglie, vittorie, sconfitte.


È e resterà uno dei giocatori più importanti della storia dell’Atalanta. Ma storia e appartenenza non sono la stessa cosa.


Per anni De Roon ha costruito qualcosa che andava oltre il semplice rapporto professionale: Bergamo, la maglia, la Curva, le rivalità, le provocazioni agli avversari, il sentirsi uno di noi.


Ha contribuito lui stesso a costruire l’immagine della bandiera.


Poi arriva il momento in cui quelle parole hanno un costo. E lì si scopre quanto valgono davvero.


Poteva andarsene? Certamente.

Poteva scegliere la Roma di Gasperini? Altrettanto.


È un professionista, ha fatto i propri interessi.


Ma allora chiamiamoli interessi. Senza impacchettarli dopo nella carta regalo dell’appartenenza, della famiglia, dell’amore per Bergamo e di tutto il repertorio sentimentale che nel calcio funziona benissimo finché non arriva un’opportunità migliore.


Ed è qui che trovo quasi paradossale il ruolo della Curva. In un calcio nel quale società, calciatori, procuratori e persino molti tifosi parlano continuamente di valori, identità, fedeltà, rispetto e appartenenza, quelli dipinti come anacronistici e fuori dal tempo finiscono per essere tra i pochi a prendere ancora sul serio quelle parole.


Una bandiera è tale proprio quando esserlo comporta una rinuncia. Se lo sei soltanto finché coincide con il tuo interesse, non è appartenenza: è convenienza.


E trovo curioso anche leggere tanti tifosi che liquidano tutto con: «Ha fatto bene, è un professionista, avrei fatto lo stesso».


Probabilmente è proprio così. E forse, involontariamente, stanno raccontando qualcosa anche di loro stessi: davanti all’offerta giusta, nel proprio lavoro e nel proprio piccolo, molti farebbero esattamente la stessa scelta.


Legittimo. Ma allora bisogna avere anche l’onestà di accettarne la conseguenza: se qualsiasi scelta è giusta quando conviene abbastanza, smettiamo di riempirci la bocca di valori.


Perché i valori sono facilissimi da difendere quando non costano niente.


La Curva, invece, sta dicendo una cosa tremendamente fuori moda: non tutto ciò che conviene deve necessariamente essere fatto.


Esistono cose alle quali rinunci proprio perché attribuisci un valore a qualcos’altro.


Per questo lo striscione non cancella De Roon e non gli nega il diritto di scegliere.


Gli nega qualcosa di molto più preciso: la pretesa di conservare intatto il capitale morale della bandiera dopo aver scelto, legittimamente, il proprio interesse.


Grande giocatore dell’Atalanta. Capitano. Recordman. Protagonista di un’epoca irripetibile. Parte enorme della nostra storia. Tutto rimane.


Bandiera, però, è un’altra cosa. Ed è per questo che quel “bandierina” è tanto feroce quanto perfetto. Perché se appartenenza e convenienza fossero la stessa cosa, non servirebbero le bandiere.


Basterebbero i listini prezzi.

ForeverReMo
13 Settembre 2026 | 19.04
giomil
13 Settembre 2026 | 19.00
Ex-Cridoni27
13 Settembre 2026 | 19.02
unodibergamo
13 Settembre 2026 | 18.33

Ecco il messaggio (non mio ma di un amico) che mi sento di condividere sulla questione.


Io sto con la Curva.


E trovo questo striscione molto più intelligente di qualsiasi insulto.


«Hai scelto di passare nella nostra storia, ma non di appartenerle. Addio bandierina.»


Perché il punto non è cancellare De Roon.


Dieci anni, 445 presenze, una coppa alzata da capitano, battaglie, vittorie, sconfitte.


È e resterà uno dei giocatori più importanti della storia dell’Atalanta. Ma storia e appartenenza non sono la stessa cosa.


Per anni De Roon ha costruito qualcosa che andava oltre il semplice rapporto professionale: Bergamo, la maglia, la Curva, le rivalità, le provocazioni agli avversari, il sentirsi uno di noi.


Ha contribuito lui stesso a costruire l’immagine della bandiera.


Poi arriva il momento in cui quelle parole hanno un costo. E lì si scopre quanto valgono davvero.


Poteva andarsene? Certamente.

Poteva scegliere la Roma di Gasperini? Altrettanto.


È un professionista, ha fatto i propri interessi.


Ma allora chiamiamoli interessi. Senza impacchettarli dopo nella carta regalo dell’appartenenza, della famiglia, dell’amore per Bergamo e di tutto il repertorio sentimentale che nel calcio funziona benissimo finché non arriva un’opportunità migliore.


Ed è qui che trovo quasi paradossale il ruolo della Curva. In un calcio nel quale società, calciatori, procuratori e persino molti tifosi parlano continuamente di valori, identità, fedeltà, rispetto e appartenenza, quelli dipinti come anacronistici e fuori dal tempo finiscono per essere tra i pochi a prendere ancora sul serio quelle parole.


Una bandiera è tale proprio quando esserlo comporta una rinuncia. Se lo sei soltanto finché coincide con il tuo interesse, non è appartenenza: è convenienza.


E trovo curioso anche leggere tanti tifosi che liquidano tutto con: «Ha fatto bene, è un professionista, avrei fatto lo stesso».


Probabilmente è proprio così. E forse, involontariamente, stanno raccontando qualcosa anche di loro stessi: davanti all’offerta giusta, nel proprio lavoro e nel proprio piccolo, molti farebbero esattamente la stessa scelta.


Legittimo. Ma allora bisogna avere anche l’onestà di accettarne la conseguenza: se qualsiasi scelta è giusta quando conviene abbastanza, smettiamo di riempirci la bocca di valori.


Perché i valori sono facilissimi da difendere quando non costano niente.


La Curva, invece, sta dicendo una cosa tremendamente fuori moda: non tutto ciò che conviene deve necessariamente essere fatto.


Esistono cose alle quali rinunci proprio perché attribuisci un valore a qualcos’altro.


Per questo lo striscione non cancella De Roon e non gli nega il diritto di scegliere.


Gli nega qualcosa di molto più preciso: la pretesa di conservare intatto il capitale morale della bandiera dopo aver scelto, legittimamente, il proprio interesse.


Grande giocatore dell’Atalanta. Capitano. Recordman. Protagonista di un’epoca irripetibile. Parte enorme della nostra storia. Tutto rimane.


Bandiera, però, è un’altra cosa. Ed è per questo che quel “bandierina” è tanto feroce quanto perfetto. Perché se appartenenza e convenienza fossero la stessa cosa, non servirebbero le bandiere.


Basterebbero i listini prezzi.

unodibergamo
13 Settembre 2026 | 18.33

Ecco il messaggio (non mio ma di un amico) che mi sento di condividere sulla questione.


Io sto con la Curva.


E trovo questo striscione molto più intelligente di qualsiasi insulto.


«Hai scelto di passare nella nostra storia, ma non di appartenerle. Addio bandierina.»


Perché il punto non è cancellare De Roon.


Dieci anni, 445 presenze, una coppa alzata da capitano, battaglie, vittorie, sconfitte.


È e resterà uno dei giocatori più importanti della storia dell’Atalanta. Ma storia e appartenenza non sono la stessa cosa.


Per anni De Roon ha costruito qualcosa che andava oltre il semplice rapporto professionale: Bergamo, la maglia, la Curva, le rivalità, le provocazioni agli avversari, il sentirsi uno di noi.


Ha contribuito lui stesso a costruire l’immagine della bandiera.


Poi arriva il momento in cui quelle parole hanno un costo. E lì si scopre quanto valgono davvero.


Poteva andarsene? Certamente.

Poteva scegliere la Roma di Gasperini? Altrettanto.


È un professionista, ha fatto i propri interessi.


Ma allora chiamiamoli interessi. Senza impacchettarli dopo nella carta regalo dell’appartenenza, della famiglia, dell’amore per Bergamo e di tutto il repertorio sentimentale che nel calcio funziona benissimo finché non arriva un’opportunità migliore.


Ed è qui che trovo quasi paradossale il ruolo della Curva. In un calcio nel quale società, calciatori, procuratori e persino molti tifosi parlano continuamente di valori, identità, fedeltà, rispetto e appartenenza, quelli dipinti come anacronistici e fuori dal tempo finiscono per essere tra i pochi a prendere ancora sul serio quelle parole.


Una bandiera è tale proprio quando esserlo comporta una rinuncia. Se lo sei soltanto finché coincide con il tuo interesse, non è appartenenza: è convenienza.


E trovo curioso anche leggere tanti tifosi che liquidano tutto con: «Ha fatto bene, è un professionista, avrei fatto lo stesso».


Probabilmente è proprio così. E forse, involontariamente, stanno raccontando qualcosa anche di loro stessi: davanti all’offerta giusta, nel proprio lavoro e nel proprio piccolo, molti farebbero esattamente la stessa scelta.


Legittimo. Ma allora bisogna avere anche l’onestà di accettarne la conseguenza: se qualsiasi scelta è giusta quando conviene abbastanza, smettiamo di riempirci la bocca di valori.


Perché i valori sono facilissimi da difendere quando non costano niente.


La Curva, invece, sta dicendo una cosa tremendamente fuori moda: non tutto ciò che conviene deve necessariamente essere fatto.


Esistono cose alle quali rinunci proprio perché attribuisci un valore a qualcos’altro.


Per questo lo striscione non cancella De Roon e non gli nega il diritto di scegliere.


Gli nega qualcosa di molto più preciso: la pretesa di conservare intatto il capitale morale della bandiera dopo aver scelto, legittimamente, il proprio interesse.


Grande giocatore dell’Atalanta. Capitano. Recordman. Protagonista di un’epoca irripetibile. Parte enorme della nostra storia. Tutto rimane.


Bandiera, però, è un’altra cosa. Ed è per questo che quel “bandierina” è tanto feroce quanto perfetto. Perché se appartenenza e convenienza fossero la stessa cosa, non servirebbero le bandiere.


Basterebbero i listini prezzi.

Marco.Ska
13 Settembre 2026 | 17.46
LaChilenaDiPinilla51
13 Settembre 2026 | 15.38
Baja66
13 Settembre 2026 | 17.40
ForeverReMo
13 Settembre 2026 | 17.07