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09 Febbraio 2025 | 14.08

IL PRIMO CATAMARANO DI BOH

Nell’ operaia Zingonia, dove le case erano dipinte di nero e azzurro  come i colori dell’Atalanta e le strade profumavano di particolato, viveva Boh, un ragazzino con due ossessioni: il calcio e il mare. A otto anni, rovistando in una bancarella del mercato, trovò una rivista di nautica logorata dal tempo e da uno stato di conservazione non proprio ottimale. Sfogliandola, gli occhi gli si illuminarono: sulla pagina centrale c’era un catamarano slanciato, con le vele spiegate come ali, che solcava onde turchesi. «Lo avrò», sussurrò, toccando l’immagine come un talismano. Le estati di Boh scorrevano lente sul fiume Adda, a bordo di un pedalò sgangherato che chiamava “La Dea”, in onore della squadra del cuore per la quale viveva un’autentica ossessione. Pedalava contro corrente, immaginando di essere il capitano di un veliero, mentre il vento gli scompigliava i capelli ricci. “Un giorno navigherò negli oceani!” urlava alle anatre, che starnazzavano ridendo. Di notte, sotto un poster dell’Atalanta, sognava partite epiche e tempeste da domare. A quindici anni, Boh lavorava nel chiosco di gelati del porto di  Genova per risparmiare e poter mettere da parte un bel gruzzoletto da destinare alle sue future avventure nautiche. Un pomeriggio, mentre indossava la maglia nerazzurra, incrociò un marinaio con un tatuaggio sulla spalla: l’Europa League vinta dall’Atalanta. “Anche tu tifi la Dea?” chiese Baja, occhi strizzati dal sole. Fu l’inizio di un patto. Il marinaio, capitano di una nave mercantile diretta a Isla Margarita, gli offrì un passaggio in cambio di aiuto in cucina. “Laggiù c’è un catamarano che sembra uscito da un sogno”, sussurrò. Il viaggio fu un rito di passaggio: Boh imparò a legare nodi, a leggere le stelle e a sopportare il mal di mare. Le notti erano illuminate dal chiarore della Via Lattea, mentre di giorno cercava di non farsi sgamare dal cuoco burbero. Dopo settimane, Isla Margarita emerse dall’orizzonte: una perla avvolta nella nebbia. Approdati, Boh corse verso la baia indicata dal capitano. E lì, tra le onde che danzavano, vide “La Dea errante”: un catamarano nero e blu, con le vele istoriate di stelle e lo stemma dell’Atalanta sulla prua. Il cuore gli batté all’impazzata. A bordo, un uomo lo attendeva: era il proprietario, Cars, un vecchio bergamasco che aveva abbandonato il proprio alpeggio in tempi non sospetti per vivere l’eterna bellezza dei Caraibi. . “La stavo aspettando, capitano”, sorrise, porgendogli il timone. Quella notte, Boh navigò sotto un cielo carico di stelle, con la brezza che gli cantava nelle orecchie “Siam bergamaschi e non conosciam confineee”. Capì che i sanni non sono strade diritte, ma mari da esplorare. E mentre “La Dea errante” solcava l’oceano, qualcosa nel vento gli sussurrò che la prossima meta sarebbe stata una partita leggendaria da vivere al Gewiss Stadium; le notti magiche della Champions accendevano in Boh un’altalena di emozioni.

Isla Margarita gli aveva lasciato un sogno ben preciso: un catamarano tutto suo. Ma prima bisognava rimboccarsi le maniche. Tornato a Zingonia, iniziò a lavorare sodo in una piccola officina, ma sapeva che serviva un’idea in più per mettere da parte i soldi in fretta. L’illuminazione arrivò una domenica pomeriggio, mentre passeggiava davanti al centro sportivo dell’Atalanta. Ragazzini che correvano sudati, genitori in attesa e nessuno, letteralmente nessuno, che vendesse un gelato. "Ma come si fa?" pensò Boh, scuotendo la testa. Il giorno dopo era già in Comune a informarsi su permessi e autorizzazioni. Dopo un paio di settimane, con un freezer preso usato ( e mai pagato) e un ombrellone blu acceso, il suo chiosco era operativo: “BohGelato – Freschezza da Campioni” Il primo cliente fu un bambino che, tra un allenamento e l’altro, gli chiese: "Ma Boh è il tuo nome?" "Più o meno," rispose lui con un sorriso. "E comunque, meglio un Boh freddo che un Boh sudato, no?" Il bambino rise e tornò il giorno dopo con un folto gruppo di amici. E così iniziò l’avventura. Con ogni cono e ogni stecco venduto, Boh sentiva il catamarano sempre più vicino. E mentre spalava gelato nei pomeriggi estivi, chiudeva gli occhi un attimo e si immaginava già al timone, con il vento tra i capelli e l’orizzonte libero davanti a sé.

SudatoDinverno
09 Febbraio 2025 | 14.08

IL PRIMO CATAMARANO DI BOH

Nell’ operaia Zingonia, dove le case erano dipinte di nero e azzurro  come i colori dell’Atalanta e le strade profumavano di particolato, viveva Boh, un ragazzino con due ossessioni: il calcio e il mare. A otto anni, rovistando in una bancarella del mercato, trovò una rivista di nautica logorata dal tempo e da uno stato di conservazione non proprio ottimale. Sfogliandola, gli occhi gli si illuminarono: sulla pagina centrale c’era un catamarano slanciato, con le vele spiegate come ali, che solcava onde turchesi. «Lo avrò», sussurrò, toccando l’immagine come un talismano. Le estati di Boh scorrevano lente sul fiume Adda, a bordo di un pedalò sgangherato che chiamava “La Dea”, in onore della squadra del cuore per la quale viveva un’autentica ossessione. Pedalava contro corrente, immaginando di essere il capitano di un veliero, mentre il vento gli scompigliava i capelli ricci. “Un giorno navigherò negli oceani!” urlava alle anatre, che starnazzavano ridendo. Di notte, sotto un poster dell’Atalanta, sognava partite epiche e tempeste da domare. A quindici anni, Boh lavorava nel chiosco di gelati del porto di  Genova per risparmiare e poter mettere da parte un bel gruzzoletto da destinare alle sue future avventure nautiche. Un pomeriggio, mentre indossava la maglia nerazzurra, incrociò un marinaio con un tatuaggio sulla spalla: l’Europa League vinta dall’Atalanta. “Anche tu tifi la Dea?” chiese Baja, occhi strizzati dal sole. Fu l’inizio di un patto. Il marinaio, capitano di una nave mercantile diretta a Isla Margarita, gli offrì un passaggio in cambio di aiuto in cucina. “Laggiù c’è un catamarano che sembra uscito da un sogno”, sussurrò. Il viaggio fu un rito di passaggio: Boh imparò a legare nodi, a leggere le stelle e a sopportare il mal di mare. Le notti erano illuminate dal chiarore della Via Lattea, mentre di giorno cercava di non farsi sgamare dal cuoco burbero. Dopo settimane, Isla Margarita emerse dall’orizzonte: una perla avvolta nella nebbia. Approdati, Boh corse verso la baia indicata dal capitano. E lì, tra le onde che danzavano, vide “La Dea errante”: un catamarano nero e blu, con le vele istoriate di stelle e lo stemma dell’Atalanta sulla prua. Il cuore gli batté all’impazzata. A bordo, un uomo lo attendeva: era il proprietario, Cars, un vecchio bergamasco che aveva abbandonato il proprio alpeggio in tempi non sospetti per vivere l’eterna bellezza dei Caraibi. . “La stavo aspettando, capitano”, sorrise, porgendogli il timone. Quella notte, Boh navigò sotto un cielo carico di stelle, con la brezza che gli cantava nelle orecchie “Siam bergamaschi e non conosciam confineee”. Capì che i sanni non sono strade diritte, ma mari da esplorare. E mentre “La Dea errante” solcava l’oceano, qualcosa nel vento gli sussurrò che la prossima meta sarebbe stata una partita leggendaria da vivere al Gewiss Stadium; le notti magiche della Champions accendevano in Boh un’altalena di emozioni.

Isla Margarita gli aveva lasciato un sogno ben preciso: un catamarano tutto suo. Ma prima bisognava rimboccarsi le maniche. Tornato a Zingonia, iniziò a lavorare sodo in una piccola officina, ma sapeva che serviva un’idea in più per mettere da parte i soldi in fretta. L’illuminazione arrivò una domenica pomeriggio, mentre passeggiava davanti al centro sportivo dell’Atalanta. Ragazzini che correvano sudati, genitori in attesa e nessuno, letteralmente nessuno, che vendesse un gelato. "Ma come si fa?" pensò Boh, scuotendo la testa. Il giorno dopo era già in Comune a informarsi su permessi e autorizzazioni. Dopo un paio di settimane, con un freezer preso usato ( e mai pagato) e un ombrellone blu acceso, il suo chiosco era operativo: “BohGelato – Freschezza da Campioni” Il primo cliente fu un bambino che, tra un allenamento e l’altro, gli chiese: "Ma Boh è il tuo nome?" "Più o meno," rispose lui con un sorriso. "E comunque, meglio un Boh freddo che un Boh sudato, no?" Il bambino rise e tornò il giorno dopo con un folto gruppo di amici. E così iniziò l’avventura. Con ogni cono e ogni stecco venduto, Boh sentiva il catamarano sempre più vicino. E mentre spalava gelato nei pomeriggi estivi, chiudeva gli occhi un attimo e si immaginava già al timone, con il vento tra i capelli e l’orizzonte libero davanti a sé.

Baja66
09 Febbraio 2025 | 14.16
SudatoDinverno
09 Febbraio 2025 | 14.08

IL PRIMO CATAMARANO DI BOH

Nell’ operaia Zingonia, dove le case erano dipinte di nero e azzurro  come i colori dell’Atalanta e le strade profumavano di particolato, viveva Boh, un ragazzino con due ossessioni: il calcio e il mare. A otto anni, rovistando in una bancarella del mercato, trovò una rivista di nautica logorata dal tempo e da uno stato di conservazione non proprio ottimale. Sfogliandola, gli occhi gli si illuminarono: sulla pagina centrale c’era un catamarano slanciato, con le vele spiegate come ali, che solcava onde turchesi. «Lo avrò», sussurrò, toccando l’immagine come un talismano. Le estati di Boh scorrevano lente sul fiume Adda, a bordo di un pedalò sgangherato che chiamava “La Dea”, in onore della squadra del cuore per la quale viveva un’autentica ossessione. Pedalava contro corrente, immaginando di essere il capitano di un veliero, mentre il vento gli scompigliava i capelli ricci. “Un giorno navigherò negli oceani!” urlava alle anatre, che starnazzavano ridendo. Di notte, sotto un poster dell’Atalanta, sognava partite epiche e tempeste da domare. A quindici anni, Boh lavorava nel chiosco di gelati del porto di  Genova per risparmiare e poter mettere da parte un bel gruzzoletto da destinare alle sue future avventure nautiche. Un pomeriggio, mentre indossava la maglia nerazzurra, incrociò un marinaio con un tatuaggio sulla spalla: l’Europa League vinta dall’Atalanta. “Anche tu tifi la Dea?” chiese Baja, occhi strizzati dal sole. Fu l’inizio di un patto. Il marinaio, capitano di una nave mercantile diretta a Isla Margarita, gli offrì un passaggio in cambio di aiuto in cucina. “Laggiù c’è un catamarano che sembra uscito da un sogno”, sussurrò. Il viaggio fu un rito di passaggio: Boh imparò a legare nodi, a leggere le stelle e a sopportare il mal di mare. Le notti erano illuminate dal chiarore della Via Lattea, mentre di giorno cercava di non farsi sgamare dal cuoco burbero. Dopo settimane, Isla Margarita emerse dall’orizzonte: una perla avvolta nella nebbia. Approdati, Boh corse verso la baia indicata dal capitano. E lì, tra le onde che danzavano, vide “La Dea errante”: un catamarano nero e blu, con le vele istoriate di stelle e lo stemma dell’Atalanta sulla prua. Il cuore gli batté all’impazzata. A bordo, un uomo lo attendeva: era il proprietario, Cars, un vecchio bergamasco che aveva abbandonato il proprio alpeggio in tempi non sospetti per vivere l’eterna bellezza dei Caraibi. . “La stavo aspettando, capitano”, sorrise, porgendogli il timone. Quella notte, Boh navigò sotto un cielo carico di stelle, con la brezza che gli cantava nelle orecchie “Siam bergamaschi e non conosciam confineee”. Capì che i sanni non sono strade diritte, ma mari da esplorare. E mentre “La Dea errante” solcava l’oceano, qualcosa nel vento gli sussurrò che la prossima meta sarebbe stata una partita leggendaria da vivere al Gewiss Stadium; le notti magiche della Champions accendevano in Boh un’altalena di emozioni.

Isla Margarita gli aveva lasciato un sogno ben preciso: un catamarano tutto suo. Ma prima bisognava rimboccarsi le maniche. Tornato a Zingonia, iniziò a lavorare sodo in una piccola officina, ma sapeva che serviva un’idea in più per mettere da parte i soldi in fretta. L’illuminazione arrivò una domenica pomeriggio, mentre passeggiava davanti al centro sportivo dell’Atalanta. Ragazzini che correvano sudati, genitori in attesa e nessuno, letteralmente nessuno, che vendesse un gelato. "Ma come si fa?" pensò Boh, scuotendo la testa. Il giorno dopo era già in Comune a informarsi su permessi e autorizzazioni. Dopo un paio di settimane, con un freezer preso usato ( e mai pagato) e un ombrellone blu acceso, il suo chiosco era operativo: “BohGelato – Freschezza da Campioni” Il primo cliente fu un bambino che, tra un allenamento e l’altro, gli chiese: "Ma Boh è il tuo nome?" "Più o meno," rispose lui con un sorriso. "E comunque, meglio un Boh freddo che un Boh sudato, no?" Il bambino rise e tornò il giorno dopo con un folto gruppo di amici. E così iniziò l’avventura. Con ogni cono e ogni stecco venduto, Boh sentiva il catamarano sempre più vicino. E mentre spalava gelato nei pomeriggi estivi, chiudeva gli occhi un attimo e si immaginava già al timone, con il vento tra i capelli e l’orizzonte libero davanti a sé.

emiliano
09 Febbraio 2025 | 14.09
SudatoDinverno
09 Febbraio 2025 | 14.08

IL PRIMO CATAMARANO DI BOH

Nell’ operaia Zingonia, dove le case erano dipinte di nero e azzurro  come i colori dell’Atalanta e le strade profumavano di particolato, viveva Boh, un ragazzino con due ossessioni: il calcio e il mare. A otto anni, rovistando in una bancarella del mercato, trovò una rivista di nautica logorata dal tempo e da uno stato di conservazione non proprio ottimale. Sfogliandola, gli occhi gli si illuminarono: sulla pagina centrale c’era un catamarano slanciato, con le vele spiegate come ali, che solcava onde turchesi. «Lo avrò», sussurrò, toccando l’immagine come un talismano. Le estati di Boh scorrevano lente sul fiume Adda, a bordo di un pedalò sgangherato che chiamava “La Dea”, in onore della squadra del cuore per la quale viveva un’autentica ossessione. Pedalava contro corrente, immaginando di essere il capitano di un veliero, mentre il vento gli scompigliava i capelli ricci. “Un giorno navigherò negli oceani!” urlava alle anatre, che starnazzavano ridendo. Di notte, sotto un poster dell’Atalanta, sognava partite epiche e tempeste da domare. A quindici anni, Boh lavorava nel chiosco di gelati del porto di  Genova per risparmiare e poter mettere da parte un bel gruzzoletto da destinare alle sue future avventure nautiche. Un pomeriggio, mentre indossava la maglia nerazzurra, incrociò un marinaio con un tatuaggio sulla spalla: l’Europa League vinta dall’Atalanta. “Anche tu tifi la Dea?” chiese Baja, occhi strizzati dal sole. Fu l’inizio di un patto. Il marinaio, capitano di una nave mercantile diretta a Isla Margarita, gli offrì un passaggio in cambio di aiuto in cucina. “Laggiù c’è un catamarano che sembra uscito da un sogno”, sussurrò. Il viaggio fu un rito di passaggio: Boh imparò a legare nodi, a leggere le stelle e a sopportare il mal di mare. Le notti erano illuminate dal chiarore della Via Lattea, mentre di giorno cercava di non farsi sgamare dal cuoco burbero. Dopo settimane, Isla Margarita emerse dall’orizzonte: una perla avvolta nella nebbia. Approdati, Boh corse verso la baia indicata dal capitano. E lì, tra le onde che danzavano, vide “La Dea errante”: un catamarano nero e blu, con le vele istoriate di stelle e lo stemma dell’Atalanta sulla prua. Il cuore gli batté all’impazzata. A bordo, un uomo lo attendeva: era il proprietario, Cars, un vecchio bergamasco che aveva abbandonato il proprio alpeggio in tempi non sospetti per vivere l’eterna bellezza dei Caraibi. . “La stavo aspettando, capitano”, sorrise, porgendogli il timone. Quella notte, Boh navigò sotto un cielo carico di stelle, con la brezza che gli cantava nelle orecchie “Siam bergamaschi e non conosciam confineee”. Capì che i sanni non sono strade diritte, ma mari da esplorare. E mentre “La Dea errante” solcava l’oceano, qualcosa nel vento gli sussurrò che la prossima meta sarebbe stata una partita leggendaria da vivere al Gewiss Stadium; le notti magiche della Champions accendevano in Boh un’altalena di emozioni.

Isla Margarita gli aveva lasciato un sogno ben preciso: un catamarano tutto suo. Ma prima bisognava rimboccarsi le maniche. Tornato a Zingonia, iniziò a lavorare sodo in una piccola officina, ma sapeva che serviva un’idea in più per mettere da parte i soldi in fretta. L’illuminazione arrivò una domenica pomeriggio, mentre passeggiava davanti al centro sportivo dell’Atalanta. Ragazzini che correvano sudati, genitori in attesa e nessuno, letteralmente nessuno, che vendesse un gelato. "Ma come si fa?" pensò Boh, scuotendo la testa. Il giorno dopo era già in Comune a informarsi su permessi e autorizzazioni. Dopo un paio di settimane, con un freezer preso usato ( e mai pagato) e un ombrellone blu acceso, il suo chiosco era operativo: “BohGelato – Freschezza da Campioni” Il primo cliente fu un bambino che, tra un allenamento e l’altro, gli chiese: "Ma Boh è il tuo nome?" "Più o meno," rispose lui con un sorriso. "E comunque, meglio un Boh freddo che un Boh sudato, no?" Il bambino rise e tornò il giorno dopo con un folto gruppo di amici. E così iniziò l’avventura. Con ogni cono e ogni stecco venduto, Boh sentiva il catamarano sempre più vicino. E mentre spalava gelato nei pomeriggi estivi, chiudeva gli occhi un attimo e si immaginava già al timone, con il vento tra i capelli e l’orizzonte libero davanti a sé.

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Francisco d Anconia
09 Febbraio 2025 | 12.03

Boh – Le origini


Boh era un bambino fuori dal comune. Non nel senso che fosse geniale o particolarmente strano, ma perché sembrava vivere in un mondo a parte, un mondo che aveva poco a che fare con i quaderni a righe, le tabelline e le poesie imparate a memoria. La scuola lo annoiava mortalmente. Non perché fosse difficile, ma perché la considerava un’attività da bambini. E Boh, nel profondo del suo essere, si sentiva già oltre. Non che sapesse esattamente dove fosse questo "oltre", ma di sicuro non tra le mura della sua classe, dove la maestra insisteva a volergli riempire la testa di nozioni che lui, peraltro, non aveva mai richiesto. I sette re di Roma? Un mistero. Ma se gli chiedevi la formazione dell’Atalanta di quegli anni, ti snocciolava i nomi come una filastrocca: Pizzaballa, Andena, Mei, Mastropasqua, Marchetti, Tavola, Rocca, Festa, Scala… Quando sentiva il nome di Scala - il “Gusto” come lo chiamavano tutti - si bloccava per qualche secondo e gli occhi si illuminavano. Arrivava persino a commuoversi nel ripensare alla bellezza di quel passaggio ben riuscito. Che tecnica, che classe! Era pura arte, un’eleganza che lo lasciava senza fiato. Crescendo, più volte si era sorpreso a fantasticare su cosa avrebbe potuto fare il suo primo idolo sotto la guida di Gasperini. "Che sfracelli avrebbe combinato!", pensava, per poi subito correggersi: “Gusto” non sembrava fatto per la fatica e il sacrificio, elementi imprescindibili per il Gasp. Eppure, dentro di sé sapeva che un talento come il suo avrebbe trovato comunque il modo di splendere.

“Boh, mi parli delle guerre puniche?” Silenzio.

“Boh, cosa hai capito della lezione di oggi?” Sguardo perso nel vuoto.

“Boh, perché non studi mai?” Sospirava.

Quando gli veniva chiesto dei risultati delle partite dell’Atalanta degli ultimi anni, però, gli si accendevano gli occhi, come quando, in estate, metteva i piedi nella sabbia umida vicino al mare. L’Atalanta e il mare. Ecco i due pilastri della sua esistenza.

E il tema di classe? Disastro totale. Sul foglio bianco i congiuntivi cadevano come soldati in battaglia, uno dopo l’altro, mentre le “a” con l’acca fuggivano terrorizzate. Ma Boh sapeva bene che le “h” esistevano. Così come la punteggiatura. Semplicemente, non gli piaceva il loro atteggiamento pretenzioso. Per questo, alla fine di ogni tema, prendeva un momento per distribuirle qua e là in modo equo, come un atto di giustizia grammaticale del tutto casuale. La maestra correggeva, evidenziava, sottolineava, e poi lo guardava con aria rassegnata. Alla fine, con voce paziente ma sempre più tesa, gli faceva notare gli errori. E Boh, con la sua solita sicurezza, rispondeva pronto: - “L’importante non è come si scrive, ma il contenuto!” A quel punto la pazienza della maestra vacillava e si arrabbiava con lui - cosa che accadeva con una certa frequenza - Boh la guardava, apparentemente attento, ma dentro di sé stava già camminando a piedi nudi sulla battigia, ascoltando il suono delle onde. O magari stava immaginando un’azione spettacolare di Rocca sulla fascia, con un cross perfetto per Bertuzzo che insaccava di testa.

A casa sua madre scuoteva la testa sconsolata quando arrivavano le pagelle.

- “Non ti interessa proprio, eh?”

- “No, ma che cambia? Mica devo fare il maestro, io.”

- “E cosa vuoi fare, allora?”

-"Boh,"

rispondeva lui, con quella stessa espressione che faceva sembrare che "Boh" fosse la risposta a tutto, come una formula magica che risolveva ogni questione. Perché in fondo non lo sapeva. Ma sentiva, nel profondo, che c’era qualcosa di più grande ad aspettarlo. Qualcosa che non si misurava con i voti in storia, in geografia o in italiano. Qualcosa che ancora non aveva un nome.

Crescendo, avrebbe forse capito che anche le cose noiose servono. O forse no. Forse sarebbe rimasto quel bambino con la testa tra le nuvole e i piedi nella sabbia, innamorato di una squadra (ma che dico, "La squadra") e del mare che va e viene senza mai fermarsi. E chissà, forse avrebbe imparato che l'H2, quella formula chimica che tanto lo annoiava, in realtà spiegava un sacco di cose su come funziona il mondo, ma probabilmente non avrebbe mai voluto approfondirlo troppo.

Ma poi, tutto sommato, era un brutto modo di essere? Boh.

Francisco d Anconia
09 Febbraio 2025 | 12.03

Boh – Le origini


Boh era un bambino fuori dal comune. Non nel senso che fosse geniale o particolarmente strano, ma perché sembrava vivere in un mondo a parte, un mondo che aveva poco a che fare con i quaderni a righe, le tabelline e le poesie imparate a memoria. La scuola lo annoiava mortalmente. Non perché fosse difficile, ma perché la considerava un’attività da bambini. E Boh, nel profondo del suo essere, si sentiva già oltre. Non che sapesse esattamente dove fosse questo "oltre", ma di sicuro non tra le mura della sua classe, dove la maestra insisteva a volergli riempire la testa di nozioni che lui, peraltro, non aveva mai richiesto. I sette re di Roma? Un mistero. Ma se gli chiedevi la formazione dell’Atalanta di quegli anni, ti snocciolava i nomi come una filastrocca: Pizzaballa, Andena, Mei, Mastropasqua, Marchetti, Tavola, Rocca, Festa, Scala… Quando sentiva il nome di Scala - il “Gusto” come lo chiamavano tutti - si bloccava per qualche secondo e gli occhi si illuminavano. Arrivava persino a commuoversi nel ripensare alla bellezza di quel passaggio ben riuscito. Che tecnica, che classe! Era pura arte, un’eleganza che lo lasciava senza fiato. Crescendo, più volte si era sorpreso a fantasticare su cosa avrebbe potuto fare il suo primo idolo sotto la guida di Gasperini. "Che sfracelli avrebbe combinato!", pensava, per poi subito correggersi: “Gusto” non sembrava fatto per la fatica e il sacrificio, elementi imprescindibili per il Gasp. Eppure, dentro di sé sapeva che un talento come il suo avrebbe trovato comunque il modo di splendere.

“Boh, mi parli delle guerre puniche?” Silenzio.

“Boh, cosa hai capito della lezione di oggi?” Sguardo perso nel vuoto.

“Boh, perché non studi mai?” Sospirava.

Quando gli veniva chiesto dei risultati delle partite dell’Atalanta degli ultimi anni, però, gli si accendevano gli occhi, come quando, in estate, metteva i piedi nella sabbia umida vicino al mare. L’Atalanta e il mare. Ecco i due pilastri della sua esistenza.

E il tema di classe? Disastro totale. Sul foglio bianco i congiuntivi cadevano come soldati in battaglia, uno dopo l’altro, mentre le “a” con l’acca fuggivano terrorizzate. Ma Boh sapeva bene che le “h” esistevano. Così come la punteggiatura. Semplicemente, non gli piaceva il loro atteggiamento pretenzioso. Per questo, alla fine di ogni tema, prendeva un momento per distribuirle qua e là in modo equo, come un atto di giustizia grammaticale del tutto casuale. La maestra correggeva, evidenziava, sottolineava, e poi lo guardava con aria rassegnata. Alla fine, con voce paziente ma sempre più tesa, gli faceva notare gli errori. E Boh, con la sua solita sicurezza, rispondeva pronto: - “L’importante non è come si scrive, ma il contenuto!” A quel punto la pazienza della maestra vacillava e si arrabbiava con lui - cosa che accadeva con una certa frequenza - Boh la guardava, apparentemente attento, ma dentro di sé stava già camminando a piedi nudi sulla battigia, ascoltando il suono delle onde. O magari stava immaginando un’azione spettacolare di Rocca sulla fascia, con un cross perfetto per Bertuzzo che insaccava di testa.

A casa sua madre scuoteva la testa sconsolata quando arrivavano le pagelle.

- “Non ti interessa proprio, eh?”

- “No, ma che cambia? Mica devo fare il maestro, io.”

- “E cosa vuoi fare, allora?”

-"Boh,"

rispondeva lui, con quella stessa espressione che faceva sembrare che "Boh" fosse la risposta a tutto, come una formula magica che risolveva ogni questione. Perché in fondo non lo sapeva. Ma sentiva, nel profondo, che c’era qualcosa di più grande ad aspettarlo. Qualcosa che non si misurava con i voti in storia, in geografia o in italiano. Qualcosa che ancora non aveva un nome.

Crescendo, avrebbe forse capito che anche le cose noiose servono. O forse no. Forse sarebbe rimasto quel bambino con la testa tra le nuvole e i piedi nella sabbia, innamorato di una squadra (ma che dico, "La squadra") e del mare che va e viene senza mai fermarsi. E chissà, forse avrebbe imparato che l'H2, quella formula chimica che tanto lo annoiava, in realtà spiegava un sacco di cose su come funziona il mondo, ma probabilmente non avrebbe mai voluto approfondirlo troppo.

Ma poi, tutto sommato, era un brutto modo di essere? Boh.

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Boh – Le origini


Boh era un bambino fuori dal comune. Non nel senso che fosse geniale o particolarmente strano, ma perché sembrava vivere in un mondo a parte, un mondo che aveva poco a che fare con i quaderni a righe, le tabelline e le poesie imparate a memoria. La scuola lo annoiava mortalmente. Non perché fosse difficile, ma perché la considerava un’attività da bambini. E Boh, nel profondo del suo essere, si sentiva già oltre. Non che sapesse esattamente dove fosse questo "oltre", ma di sicuro non tra le mura della sua classe, dove la maestra insisteva a volergli riempire la testa di nozioni che lui, peraltro, non aveva mai richiesto. I sette re di Roma? Un mistero. Ma se gli chiedevi la formazione dell’Atalanta di quegli anni, ti snocciolava i nomi come una filastrocca: Pizzaballa, Andena, Mei, Mastropasqua, Marchetti, Tavola, Rocca, Festa, Scala… Quando sentiva il nome di Scala - il “Gusto” come lo chiamavano tutti - si bloccava per qualche secondo e gli occhi si illuminavano. Arrivava persino a commuoversi nel ripensare alla bellezza di quel passaggio ben riuscito. Che tecnica, che classe! Era pura arte, un’eleganza che lo lasciava senza fiato. Crescendo, più volte si era sorpreso a fantasticare su cosa avrebbe potuto fare il suo primo idolo sotto la guida di Gasperini. "Che sfracelli avrebbe combinato!", pensava, per poi subito correggersi: “Gusto” non sembrava fatto per la fatica e il sacrificio, elementi imprescindibili per il Gasp. Eppure, dentro di sé sapeva che un talento come il suo avrebbe trovato comunque il modo di splendere.

“Boh, mi parli delle guerre puniche?” Silenzio.

“Boh, cosa hai capito della lezione di oggi?” Sguardo perso nel vuoto.

“Boh, perché non studi mai?” Sospirava.

Quando gli veniva chiesto dei risultati delle partite dell’Atalanta degli ultimi anni, però, gli si accendevano gli occhi, come quando, in estate, metteva i piedi nella sabbia umida vicino al mare. L’Atalanta e il mare. Ecco i due pilastri della sua esistenza.

E il tema di classe? Disastro totale. Sul foglio bianco i congiuntivi cadevano come soldati in battaglia, uno dopo l’altro, mentre le “a” con l’acca fuggivano terrorizzate. Ma Boh sapeva bene che le “h” esistevano. Così come la punteggiatura. Semplicemente, non gli piaceva il loro atteggiamento pretenzioso. Per questo, alla fine di ogni tema, prendeva un momento per distribuirle qua e là in modo equo, come un atto di giustizia grammaticale del tutto casuale. La maestra correggeva, evidenziava, sottolineava, e poi lo guardava con aria rassegnata. Alla fine, con voce paziente ma sempre più tesa, gli faceva notare gli errori. E Boh, con la sua solita sicurezza, rispondeva pronto: - “L’importante non è come si scrive, ma il contenuto!” A quel punto la pazienza della maestra vacillava e si arrabbiava con lui - cosa che accadeva con una certa frequenza - Boh la guardava, apparentemente attento, ma dentro di sé stava già camminando a piedi nudi sulla battigia, ascoltando il suono delle onde. O magari stava immaginando un’azione spettacolare di Rocca sulla fascia, con un cross perfetto per Bertuzzo che insaccava di testa.

A casa sua madre scuoteva la testa sconsolata quando arrivavano le pagelle.

- “Non ti interessa proprio, eh?”

- “No, ma che cambia? Mica devo fare il maestro, io.”

- “E cosa vuoi fare, allora?”

-"Boh,"

rispondeva lui, con quella stessa espressione che faceva sembrare che "Boh" fosse la risposta a tutto, come una formula magica che risolveva ogni questione. Perché in fondo non lo sapeva. Ma sentiva, nel profondo, che c’era qualcosa di più grande ad aspettarlo. Qualcosa che non si misurava con i voti in storia, in geografia o in italiano. Qualcosa che ancora non aveva un nome.

Crescendo, avrebbe forse capito che anche le cose noiose servono. O forse no. Forse sarebbe rimasto quel bambino con la testa tra le nuvole e i piedi nella sabbia, innamorato di una squadra (ma che dico, "La squadra") e del mare che va e viene senza mai fermarsi. E chissà, forse avrebbe imparato che l'H2, quella formula chimica che tanto lo annoiava, in realtà spiegava un sacco di cose su come funziona il mondo, ma probabilmente non avrebbe mai voluto approfondirlo troppo.

Ma poi, tutto sommato, era un brutto modo di essere? Boh.

Francisco d Anconia
09 Febbraio 2025 | 12.03

Boh – Le origini


Boh era un bambino fuori dal comune. Non nel senso che fosse geniale o particolarmente strano, ma perché sembrava vivere in un mondo a parte, un mondo che aveva poco a che fare con i quaderni a righe, le tabelline e le poesie imparate a memoria. La scuola lo annoiava mortalmente. Non perché fosse difficile, ma perché la considerava un’attività da bambini. E Boh, nel profondo del suo essere, si sentiva già oltre. Non che sapesse esattamente dove fosse questo "oltre", ma di sicuro non tra le mura della sua classe, dove la maestra insisteva a volergli riempire la testa di nozioni che lui, peraltro, non aveva mai richiesto. I sette re di Roma? Un mistero. Ma se gli chiedevi la formazione dell’Atalanta di quegli anni, ti snocciolava i nomi come una filastrocca: Pizzaballa, Andena, Mei, Mastropasqua, Marchetti, Tavola, Rocca, Festa, Scala… Quando sentiva il nome di Scala - il “Gusto” come lo chiamavano tutti - si bloccava per qualche secondo e gli occhi si illuminavano. Arrivava persino a commuoversi nel ripensare alla bellezza di quel passaggio ben riuscito. Che tecnica, che classe! Era pura arte, un’eleganza che lo lasciava senza fiato. Crescendo, più volte si era sorpreso a fantasticare su cosa avrebbe potuto fare il suo primo idolo sotto la guida di Gasperini. "Che sfracelli avrebbe combinato!", pensava, per poi subito correggersi: “Gusto” non sembrava fatto per la fatica e il sacrificio, elementi imprescindibili per il Gasp. Eppure, dentro di sé sapeva che un talento come il suo avrebbe trovato comunque il modo di splendere.

“Boh, mi parli delle guerre puniche?” Silenzio.

“Boh, cosa hai capito della lezione di oggi?” Sguardo perso nel vuoto.

“Boh, perché non studi mai?” Sospirava.

Quando gli veniva chiesto dei risultati delle partite dell’Atalanta degli ultimi anni, però, gli si accendevano gli occhi, come quando, in estate, metteva i piedi nella sabbia umida vicino al mare. L’Atalanta e il mare. Ecco i due pilastri della sua esistenza.

E il tema di classe? Disastro totale. Sul foglio bianco i congiuntivi cadevano come soldati in battaglia, uno dopo l’altro, mentre le “a” con l’acca fuggivano terrorizzate. Ma Boh sapeva bene che le “h” esistevano. Così come la punteggiatura. Semplicemente, non gli piaceva il loro atteggiamento pretenzioso. Per questo, alla fine di ogni tema, prendeva un momento per distribuirle qua e là in modo equo, come un atto di giustizia grammaticale del tutto casuale. La maestra correggeva, evidenziava, sottolineava, e poi lo guardava con aria rassegnata. Alla fine, con voce paziente ma sempre più tesa, gli faceva notare gli errori. E Boh, con la sua solita sicurezza, rispondeva pronto: - “L’importante non è come si scrive, ma il contenuto!” A quel punto la pazienza della maestra vacillava e si arrabbiava con lui - cosa che accadeva con una certa frequenza - Boh la guardava, apparentemente attento, ma dentro di sé stava già camminando a piedi nudi sulla battigia, ascoltando il suono delle onde. O magari stava immaginando un’azione spettacolare di Rocca sulla fascia, con un cross perfetto per Bertuzzo che insaccava di testa.

A casa sua madre scuoteva la testa sconsolata quando arrivavano le pagelle.

- “Non ti interessa proprio, eh?”

- “No, ma che cambia? Mica devo fare il maestro, io.”

- “E cosa vuoi fare, allora?”

-"Boh,"

rispondeva lui, con quella stessa espressione che faceva sembrare che "Boh" fosse la risposta a tutto, come una formula magica che risolveva ogni questione. Perché in fondo non lo sapeva. Ma sentiva, nel profondo, che c’era qualcosa di più grande ad aspettarlo. Qualcosa che non si misurava con i voti in storia, in geografia o in italiano. Qualcosa che ancora non aveva un nome.

Crescendo, avrebbe forse capito che anche le cose noiose servono. O forse no. Forse sarebbe rimasto quel bambino con la testa tra le nuvole e i piedi nella sabbia, innamorato di una squadra (ma che dico, "La squadra") e del mare che va e viene senza mai fermarsi. E chissà, forse avrebbe imparato che l'H2, quella formula chimica che tanto lo annoiava, in realtà spiegava un sacco di cose su come funziona il mondo, ma probabilmente non avrebbe mai voluto approfondirlo troppo.

Ma poi, tutto sommato, era un brutto modo di essere? Boh.

Baja66
09 Febbraio 2025 | 12.12
Francisco d Anconia
09 Febbraio 2025 | 12.03

Boh – Le origini


Boh era un bambino fuori dal comune. Non nel senso che fosse geniale o particolarmente strano, ma perché sembrava vivere in un mondo a parte, un mondo che aveva poco a che fare con i quaderni a righe, le tabelline e le poesie imparate a memoria. La scuola lo annoiava mortalmente. Non perché fosse difficile, ma perché la considerava un’attività da bambini. E Boh, nel profondo del suo essere, si sentiva già oltre. Non che sapesse esattamente dove fosse questo "oltre", ma di sicuro non tra le mura della sua classe, dove la maestra insisteva a volergli riempire la testa di nozioni che lui, peraltro, non aveva mai richiesto. I sette re di Roma? Un mistero. Ma se gli chiedevi la formazione dell’Atalanta di quegli anni, ti snocciolava i nomi come una filastrocca: Pizzaballa, Andena, Mei, Mastropasqua, Marchetti, Tavola, Rocca, Festa, Scala… Quando sentiva il nome di Scala - il “Gusto” come lo chiamavano tutti - si bloccava per qualche secondo e gli occhi si illuminavano. Arrivava persino a commuoversi nel ripensare alla bellezza di quel passaggio ben riuscito. Che tecnica, che classe! Era pura arte, un’eleganza che lo lasciava senza fiato. Crescendo, più volte si era sorpreso a fantasticare su cosa avrebbe potuto fare il suo primo idolo sotto la guida di Gasperini. "Che sfracelli avrebbe combinato!", pensava, per poi subito correggersi: “Gusto” non sembrava fatto per la fatica e il sacrificio, elementi imprescindibili per il Gasp. Eppure, dentro di sé sapeva che un talento come il suo avrebbe trovato comunque il modo di splendere.

“Boh, mi parli delle guerre puniche?” Silenzio.

“Boh, cosa hai capito della lezione di oggi?” Sguardo perso nel vuoto.

“Boh, perché non studi mai?” Sospirava.

Quando gli veniva chiesto dei risultati delle partite dell’Atalanta degli ultimi anni, però, gli si accendevano gli occhi, come quando, in estate, metteva i piedi nella sabbia umida vicino al mare. L’Atalanta e il mare. Ecco i due pilastri della sua esistenza.

E il tema di classe? Disastro totale. Sul foglio bianco i congiuntivi cadevano come soldati in battaglia, uno dopo l’altro, mentre le “a” con l’acca fuggivano terrorizzate. Ma Boh sapeva bene che le “h” esistevano. Così come la punteggiatura. Semplicemente, non gli piaceva il loro atteggiamento pretenzioso. Per questo, alla fine di ogni tema, prendeva un momento per distribuirle qua e là in modo equo, come un atto di giustizia grammaticale del tutto casuale. La maestra correggeva, evidenziava, sottolineava, e poi lo guardava con aria rassegnata. Alla fine, con voce paziente ma sempre più tesa, gli faceva notare gli errori. E Boh, con la sua solita sicurezza, rispondeva pronto: - “L’importante non è come si scrive, ma il contenuto!” A quel punto la pazienza della maestra vacillava e si arrabbiava con lui - cosa che accadeva con una certa frequenza - Boh la guardava, apparentemente attento, ma dentro di sé stava già camminando a piedi nudi sulla battigia, ascoltando il suono delle onde. O magari stava immaginando un’azione spettacolare di Rocca sulla fascia, con un cross perfetto per Bertuzzo che insaccava di testa.

A casa sua madre scuoteva la testa sconsolata quando arrivavano le pagelle.

- “Non ti interessa proprio, eh?”

- “No, ma che cambia? Mica devo fare il maestro, io.”

- “E cosa vuoi fare, allora?”

-"Boh,"

rispondeva lui, con quella stessa espressione che faceva sembrare che "Boh" fosse la risposta a tutto, come una formula magica che risolveva ogni questione. Perché in fondo non lo sapeva. Ma sentiva, nel profondo, che c’era qualcosa di più grande ad aspettarlo. Qualcosa che non si misurava con i voti in storia, in geografia o in italiano. Qualcosa che ancora non aveva un nome.

Crescendo, avrebbe forse capito che anche le cose noiose servono. O forse no. Forse sarebbe rimasto quel bambino con la testa tra le nuvole e i piedi nella sabbia, innamorato di una squadra (ma che dico, "La squadra") e del mare che va e viene senza mai fermarsi. E chissà, forse avrebbe imparato che l'H2, quella formula chimica che tanto lo annoiava, in realtà spiegava un sacco di cose su come funziona il mondo, ma probabilmente non avrebbe mai voluto approfondirlo troppo.

Ma poi, tutto sommato, era un brutto modo di essere? Boh.

eligio71
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ROMAGNANEROBLU
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dolcissimo2
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Kejo
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