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Riesce difficile accettare il fatto che società poco ragionevoli spingano i costi gestionali ad iperbolici sprechi che le costringono ad iscrivere il proprio nome nel registro delle competizioni europee. In caso contrario accadrà inevitabilmente che il bubbone debiti venga a spegnere la possibilità di sussistenza, ccndannandole al fallimento. E' scritto nei libri della vita che ciascuno debba essere responsabile dei propri atti e che gli errori debbano ricadere su chi li ha commessi. Nell ' ambito calcistico nazionale non è propriamente così , visto che il comitato organizzatore dei giochi, in nome di una priorità tutta da dimostrare, considera queste poco illuminate società, imprescindibili per la credibilità del campionato e si pone il problema di arginare comunque la falla he loro stesso hanno indotte. Essendo 'grand i' a mio avviso oltre i termini consentiti dal buon senso, debbono poter fruire di fondi economici che li rimettano in linea di galleggiamento e pertanto, tramite conduzioni arbitrali spesso più che sospette, le avviano verso il salvifico approdo, considerando possibile e sopportabile il danneggiamento di qualche 'piccola', per una causa tanto magnificente. Il consesso delle società iscritte alla disputa del campionato dovrà imporre il concetto di uguaglianza nei diritti e nei doveri, di tutte le compagini, soffocando definitivamente i rigurgiti di superiorità che talune spendono, a proprio favore, nelle camere del potere. In caso contrario saremo sempre qui, spettatori malaccorti di un andazzo che avremo, inconsapevolmente sostenuto e foraggiato.