Ultimi commenti

leo78
10 Settembre 2025 | 19.14
Titti70pl
10 Settembre 2025 | 23.24
beernez3
10 Settembre 2025 | 19.30

Leo 78, Mi dispiace, ma il tuo discorso è pieno di contraddizioni e semplificazioni pericolose.


Prima di tutto, dire “me ne sbatto e vieto tutto” come se fosse normale, perché prevenire richiede organizzazione e risorse, non è una scelta neutra: è la prova lampante di incapacità da parte di chi guadagna stipendi da capogiro per fare proprio quel lavoro. Non è un’opzione discutibile, è il loro compito: pianificare, gestire, prevenire incidenti senza colpire migliaia di persone innocenti. Se vietare fosse davvero l’unica soluzione, allora qualsiasi evento pubblico diventerebbe impossibile. Ma fuori dall’Italia funziona diversamente: in Germania, Svizzera o Danimarca, le trasferte non vengono mai “bannate”, nemmeno con tifoserie storicamente rivali, perché le autorità sanno gestire, organizzare e prevenire.


Secondo punto: generalizzare gli ultras come se fossero tutti “ragazzotti da menarsi” è ingiusto e fuorviante. La maggior parte dei tifosi non ha mai alzato un dito e subisce i divieti solo perché le istituzioni non vogliono fare il loro lavoro. Punire chi non c’entra nulla non è giustizia, è repressione. Il problema, come ho detto più volte, sta nelle inefficienze istituzionali, non negli ultras in quanto tali.


Infine, citare la morte di un ragazzo per strumentalizzare la discussione è inaccettabile, soprattutto se non c’entra nulla con gli episodi di cui parliamo. Mescolare tragedie reali e fatti sportivi per legittimare la repressione totale non è argomentare: è manipolare emotivamente chi legge.


Quindi la verità è questa: vietare le trasferte è la soluzione più comoda per chi guadagna tanto e fa poco. Gli ultras non vanno giustificati, ma vanno compresi e gestiti, non puniti a casaccio. Chi non riesce a farlo, semplicemente, non è all’altezza del ruolo che ricopre.

E-E-Evair
11 Settembre 2025 | 06.54
Francisco d Anconia
10 Settembre 2025 | 12.20
giuliano70
10 Settembre 2025 | 22.15
beernez3
10 Settembre 2025 | 17.39

Ragazzi, volevo un attimo tornare sugli scontri di settimana scorsa tra i nostri ultrà e quelli del Como, e dire la mia opinione.


A me la cosa che fa più rabbia non è tanto lo scontro in sé – che, sia chiaro, personalmente non condivido – quanto l’atteggiamento delle istituzioni. Ogni volta che succede qualcosa, la risposta è sempre la stessa: vietare le trasferte. Una scorciatoia che colpisce tutti indistintamente e serve solo a coprire l’incapacità di chi dovrebbe gestire l’ordine pubblico.


Prefetti, questori, dirigenti di pubblica sicurezza: gente che percepisce stipendi da capogiro, pagata per prevenire e organizzare, e che invece si limita al divieto generalizzato. Possibile che nessuno di loro abbia pensato che far viaggiare atalantini e comaschi negli stessi orari e lungo le stesse tratte fosse una scelta suicida? Non dimentichiamo il contesto: l’anno scorso i comaschi avevano provocato a Bergamo con striscioni persino sui cavalcavia cittadini, non serve essere un esperto per capirlo, basta un minimo di buon senso. Ma siccome manca la professionalità, si ricorre alla repressione indiscriminata, come se il problema fossero i tifosi e non l’inefficienza di chi occupa certe poltrone.


E questa è la vera ingiustizia: chi sbaglia nel suo lavoro viene protetto e ben retribuito, mentre un intero popolo di tifosi viene punito senza distinzione. All’estero, in Germania, Danimarca, Polonia, Austria o in Svizzera, le istituzioni si assumono la responsabilità e gestiscono situazioni anche più difficili, nei paesi da me citati il concetto stesso di “bando delle trasferte” è inesistente: non si colpisce l’intera comunità di tifosi, ma si lavora per gestire i rischi con organizzazione e responsabilità, come dovrebbe fare chi governa l’ordine pubblico. Da noi, invece, si nascondono dietro divieti che non risolvono nulla.


Il nodo è tutto qui: non nella passione degli ultras, che con tutte le sue contraddizioni rimane il cuore pulsante del calcio italiano, ma nell’incapacità di uno Stato che, invece di fare il proprio dovere, preferisce scaricare la colpa sugli altri.

leo78
10 Settembre 2025 | 19.14
mr magoo
10 Settembre 2025 | 21.24
beernez3
10 Settembre 2025 | 17.39

Ragazzi, volevo un attimo tornare sugli scontri di settimana scorsa tra i nostri ultrà e quelli del Como, e dire la mia opinione.


A me la cosa che fa più rabbia non è tanto lo scontro in sé – che, sia chiaro, personalmente non condivido – quanto l’atteggiamento delle istituzioni. Ogni volta che succede qualcosa, la risposta è sempre la stessa: vietare le trasferte. Una scorciatoia che colpisce tutti indistintamente e serve solo a coprire l’incapacità di chi dovrebbe gestire l’ordine pubblico.


Prefetti, questori, dirigenti di pubblica sicurezza: gente che percepisce stipendi da capogiro, pagata per prevenire e organizzare, e che invece si limita al divieto generalizzato. Possibile che nessuno di loro abbia pensato che far viaggiare atalantini e comaschi negli stessi orari e lungo le stesse tratte fosse una scelta suicida? Non dimentichiamo il contesto: l’anno scorso i comaschi avevano provocato a Bergamo con striscioni persino sui cavalcavia cittadini, non serve essere un esperto per capirlo, basta un minimo di buon senso. Ma siccome manca la professionalità, si ricorre alla repressione indiscriminata, come se il problema fossero i tifosi e non l’inefficienza di chi occupa certe poltrone.


E questa è la vera ingiustizia: chi sbaglia nel suo lavoro viene protetto e ben retribuito, mentre un intero popolo di tifosi viene punito senza distinzione. All’estero, in Germania, Danimarca, Polonia, Austria o in Svizzera, le istituzioni si assumono la responsabilità e gestiscono situazioni anche più difficili, nei paesi da me citati il concetto stesso di “bando delle trasferte” è inesistente: non si colpisce l’intera comunità di tifosi, ma si lavora per gestire i rischi con organizzazione e responsabilità, come dovrebbe fare chi governa l’ordine pubblico. Da noi, invece, si nascondono dietro divieti che non risolvono nulla.


Il nodo è tutto qui: non nella passione degli ultras, che con tutte le sue contraddizioni rimane il cuore pulsante del calcio italiano, ma nell’incapacità di uno Stato che, invece di fare il proprio dovere, preferisce scaricare la colpa sugli altri.

beernez3
10 Settembre 2025 | 17.39

Ragazzi, volevo un attimo tornare sugli scontri di settimana scorsa tra i nostri ultrà e quelli del Como, e dire la mia opinione.


A me la cosa che fa più rabbia non è tanto lo scontro in sé – che, sia chiaro, personalmente non condivido – quanto l’atteggiamento delle istituzioni. Ogni volta che succede qualcosa, la risposta è sempre la stessa: vietare le trasferte. Una scorciatoia che colpisce tutti indistintamente e serve solo a coprire l’incapacità di chi dovrebbe gestire l’ordine pubblico.


Prefetti, questori, dirigenti di pubblica sicurezza: gente che percepisce stipendi da capogiro, pagata per prevenire e organizzare, e che invece si limita al divieto generalizzato. Possibile che nessuno di loro abbia pensato che far viaggiare atalantini e comaschi negli stessi orari e lungo le stesse tratte fosse una scelta suicida? Non dimentichiamo il contesto: l’anno scorso i comaschi avevano provocato a Bergamo con striscioni persino sui cavalcavia cittadini, non serve essere un esperto per capirlo, basta un minimo di buon senso. Ma siccome manca la professionalità, si ricorre alla repressione indiscriminata, come se il problema fossero i tifosi e non l’inefficienza di chi occupa certe poltrone.


E questa è la vera ingiustizia: chi sbaglia nel suo lavoro viene protetto e ben retribuito, mentre un intero popolo di tifosi viene punito senza distinzione. All’estero, in Germania, Danimarca, Polonia, Austria o in Svizzera, le istituzioni si assumono la responsabilità e gestiscono situazioni anche più difficili, nei paesi da me citati il concetto stesso di “bando delle trasferte” è inesistente: non si colpisce l’intera comunità di tifosi, ma si lavora per gestire i rischi con organizzazione e responsabilità, come dovrebbe fare chi governa l’ordine pubblico. Da noi, invece, si nascondono dietro divieti che non risolvono nulla.


Il nodo è tutto qui: non nella passione degli ultras, che con tutte le sue contraddizioni rimane il cuore pulsante del calcio italiano, ma nell’incapacità di uno Stato che, invece di fare il proprio dovere, preferisce scaricare la colpa sugli altri.

beernez3
10 Settembre 2025 | 19.30

Leo 78, Mi dispiace, ma il tuo discorso è pieno di contraddizioni e semplificazioni pericolose.


Prima di tutto, dire “me ne sbatto e vieto tutto” come se fosse normale, perché prevenire richiede organizzazione e risorse, non è una scelta neutra: è la prova lampante di incapacità da parte di chi guadagna stipendi da capogiro per fare proprio quel lavoro. Non è un’opzione discutibile, è il loro compito: pianificare, gestire, prevenire incidenti senza colpire migliaia di persone innocenti. Se vietare fosse davvero l’unica soluzione, allora qualsiasi evento pubblico diventerebbe impossibile. Ma fuori dall’Italia funziona diversamente: in Germania, Svizzera o Danimarca, le trasferte non vengono mai “bannate”, nemmeno con tifoserie storicamente rivali, perché le autorità sanno gestire, organizzare e prevenire.


Secondo punto: generalizzare gli ultras come se fossero tutti “ragazzotti da menarsi” è ingiusto e fuorviante. La maggior parte dei tifosi non ha mai alzato un dito e subisce i divieti solo perché le istituzioni non vogliono fare il loro lavoro. Punire chi non c’entra nulla non è giustizia, è repressione. Il problema, come ho detto più volte, sta nelle inefficienze istituzionali, non negli ultras in quanto tali.


Infine, citare la morte di un ragazzo per strumentalizzare la discussione è inaccettabile, soprattutto se non c’entra nulla con gli episodi di cui parliamo. Mescolare tragedie reali e fatti sportivi per legittimare la repressione totale non è argomentare: è manipolare emotivamente chi legge.


Quindi la verità è questa: vietare le trasferte è la soluzione più comoda per chi guadagna tanto e fa poco. Gli ultras non vanno giustificati, ma vanno compresi e gestiti, non puniti a casaccio. Chi non riesce a farlo, semplicemente, non è all’altezza del ruolo che ricopre.

beernez3
10 Settembre 2025 | 17.39

Ragazzi, volevo un attimo tornare sugli scontri di settimana scorsa tra i nostri ultrà e quelli del Como, e dire la mia opinione.


A me la cosa che fa più rabbia non è tanto lo scontro in sé – che, sia chiaro, personalmente non condivido – quanto l’atteggiamento delle istituzioni. Ogni volta che succede qualcosa, la risposta è sempre la stessa: vietare le trasferte. Una scorciatoia che colpisce tutti indistintamente e serve solo a coprire l’incapacità di chi dovrebbe gestire l’ordine pubblico.


Prefetti, questori, dirigenti di pubblica sicurezza: gente che percepisce stipendi da capogiro, pagata per prevenire e organizzare, e che invece si limita al divieto generalizzato. Possibile che nessuno di loro abbia pensato che far viaggiare atalantini e comaschi negli stessi orari e lungo le stesse tratte fosse una scelta suicida? Non dimentichiamo il contesto: l’anno scorso i comaschi avevano provocato a Bergamo con striscioni persino sui cavalcavia cittadini, non serve essere un esperto per capirlo, basta un minimo di buon senso. Ma siccome manca la professionalità, si ricorre alla repressione indiscriminata, come se il problema fossero i tifosi e non l’inefficienza di chi occupa certe poltrone.


E questa è la vera ingiustizia: chi sbaglia nel suo lavoro viene protetto e ben retribuito, mentre un intero popolo di tifosi viene punito senza distinzione. All’estero, in Germania, Danimarca, Polonia, Austria o in Svizzera, le istituzioni si assumono la responsabilità e gestiscono situazioni anche più difficili, nei paesi da me citati il concetto stesso di “bando delle trasferte” è inesistente: non si colpisce l’intera comunità di tifosi, ma si lavora per gestire i rischi con organizzazione e responsabilità, come dovrebbe fare chi governa l’ordine pubblico. Da noi, invece, si nascondono dietro divieti che non risolvono nulla.


Il nodo è tutto qui: non nella passione degli ultras, che con tutte le sue contraddizioni rimane il cuore pulsante del calcio italiano, ma nell’incapacità di uno Stato che, invece di fare il proprio dovere, preferisce scaricare la colpa sugli altri.

detector
10 Settembre 2025 | 20.02
beernez3
10 Settembre 2025 | 17.39

Ragazzi, volevo un attimo tornare sugli scontri di settimana scorsa tra i nostri ultrà e quelli del Como, e dire la mia opinione.


A me la cosa che fa più rabbia non è tanto lo scontro in sé – che, sia chiaro, personalmente non condivido – quanto l’atteggiamento delle istituzioni. Ogni volta che succede qualcosa, la risposta è sempre la stessa: vietare le trasferte. Una scorciatoia che colpisce tutti indistintamente e serve solo a coprire l’incapacità di chi dovrebbe gestire l’ordine pubblico.


Prefetti, questori, dirigenti di pubblica sicurezza: gente che percepisce stipendi da capogiro, pagata per prevenire e organizzare, e che invece si limita al divieto generalizzato. Possibile che nessuno di loro abbia pensato che far viaggiare atalantini e comaschi negli stessi orari e lungo le stesse tratte fosse una scelta suicida? Non dimentichiamo il contesto: l’anno scorso i comaschi avevano provocato a Bergamo con striscioni persino sui cavalcavia cittadini, non serve essere un esperto per capirlo, basta un minimo di buon senso. Ma siccome manca la professionalità, si ricorre alla repressione indiscriminata, come se il problema fossero i tifosi e non l’inefficienza di chi occupa certe poltrone.


E questa è la vera ingiustizia: chi sbaglia nel suo lavoro viene protetto e ben retribuito, mentre un intero popolo di tifosi viene punito senza distinzione. All’estero, in Germania, Danimarca, Polonia, Austria o in Svizzera, le istituzioni si assumono la responsabilità e gestiscono situazioni anche più difficili, nei paesi da me citati il concetto stesso di “bando delle trasferte” è inesistente: non si colpisce l’intera comunità di tifosi, ma si lavora per gestire i rischi con organizzazione e responsabilità, come dovrebbe fare chi governa l’ordine pubblico. Da noi, invece, si nascondono dietro divieti che non risolvono nulla.


Il nodo è tutto qui: non nella passione degli ultras, che con tutte le sue contraddizioni rimane il cuore pulsante del calcio italiano, ma nell’incapacità di uno Stato che, invece di fare il proprio dovere, preferisce scaricare la colpa sugli altri.

beernez3
10 Settembre 2025 | 17.39

Ragazzi, volevo un attimo tornare sugli scontri di settimana scorsa tra i nostri ultrà e quelli del Como, e dire la mia opinione.


A me la cosa che fa più rabbia non è tanto lo scontro in sé – che, sia chiaro, personalmente non condivido – quanto l’atteggiamento delle istituzioni. Ogni volta che succede qualcosa, la risposta è sempre la stessa: vietare le trasferte. Una scorciatoia che colpisce tutti indistintamente e serve solo a coprire l’incapacità di chi dovrebbe gestire l’ordine pubblico.


Prefetti, questori, dirigenti di pubblica sicurezza: gente che percepisce stipendi da capogiro, pagata per prevenire e organizzare, e che invece si limita al divieto generalizzato. Possibile che nessuno di loro abbia pensato che far viaggiare atalantini e comaschi negli stessi orari e lungo le stesse tratte fosse una scelta suicida? Non dimentichiamo il contesto: l’anno scorso i comaschi avevano provocato a Bergamo con striscioni persino sui cavalcavia cittadini, non serve essere un esperto per capirlo, basta un minimo di buon senso. Ma siccome manca la professionalità, si ricorre alla repressione indiscriminata, come se il problema fossero i tifosi e non l’inefficienza di chi occupa certe poltrone.


E questa è la vera ingiustizia: chi sbaglia nel suo lavoro viene protetto e ben retribuito, mentre un intero popolo di tifosi viene punito senza distinzione. All’estero, in Germania, Danimarca, Polonia, Austria o in Svizzera, le istituzioni si assumono la responsabilità e gestiscono situazioni anche più difficili, nei paesi da me citati il concetto stesso di “bando delle trasferte” è inesistente: non si colpisce l’intera comunità di tifosi, ma si lavora per gestire i rischi con organizzazione e responsabilità, come dovrebbe fare chi governa l’ordine pubblico. Da noi, invece, si nascondono dietro divieti che non risolvono nulla.


Il nodo è tutto qui: non nella passione degli ultras, che con tutte le sue contraddizioni rimane il cuore pulsante del calcio italiano, ma nell’incapacità di uno Stato che, invece di fare il proprio dovere, preferisce scaricare la colpa sugli altri.

beernez3
10 Settembre 2025 | 19.30

Leo 78, Mi dispiace, ma il tuo discorso è pieno di contraddizioni e semplificazioni pericolose.


Prima di tutto, dire “me ne sbatto e vieto tutto” come se fosse normale, perché prevenire richiede organizzazione e risorse, non è una scelta neutra: è la prova lampante di incapacità da parte di chi guadagna stipendi da capogiro per fare proprio quel lavoro. Non è un’opzione discutibile, è il loro compito: pianificare, gestire, prevenire incidenti senza colpire migliaia di persone innocenti. Se vietare fosse davvero l’unica soluzione, allora qualsiasi evento pubblico diventerebbe impossibile. Ma fuori dall’Italia funziona diversamente: in Germania, Svizzera o Danimarca, le trasferte non vengono mai “bannate”, nemmeno con tifoserie storicamente rivali, perché le autorità sanno gestire, organizzare e prevenire.


Secondo punto: generalizzare gli ultras come se fossero tutti “ragazzotti da menarsi” è ingiusto e fuorviante. La maggior parte dei tifosi non ha mai alzato un dito e subisce i divieti solo perché le istituzioni non vogliono fare il loro lavoro. Punire chi non c’entra nulla non è giustizia, è repressione. Il problema, come ho detto più volte, sta nelle inefficienze istituzionali, non negli ultras in quanto tali.


Infine, citare la morte di un ragazzo per strumentalizzare la discussione è inaccettabile, soprattutto se non c’entra nulla con gli episodi di cui parliamo. Mescolare tragedie reali e fatti sportivi per legittimare la repressione totale non è argomentare: è manipolare emotivamente chi legge.


Quindi la verità è questa: vietare le trasferte è la soluzione più comoda per chi guadagna tanto e fa poco. Gli ultras non vanno giustificati, ma vanno compresi e gestiti, non puniti a casaccio. Chi non riesce a farlo, semplicemente, non è all’altezza del ruolo che ricopre.

leo78
10 Settembre 2025 | 19.46
leo78
10 Settembre 2025 | 19.14
beernez3
10 Settembre 2025 | 19.30

Leo 78, Mi dispiace, ma il tuo discorso è pieno di contraddizioni e semplificazioni pericolose.


Prima di tutto, dire “me ne sbatto e vieto tutto” come se fosse normale, perché prevenire richiede organizzazione e risorse, non è una scelta neutra: è la prova lampante di incapacità da parte di chi guadagna stipendi da capogiro per fare proprio quel lavoro. Non è un’opzione discutibile, è il loro compito: pianificare, gestire, prevenire incidenti senza colpire migliaia di persone innocenti. Se vietare fosse davvero l’unica soluzione, allora qualsiasi evento pubblico diventerebbe impossibile. Ma fuori dall’Italia funziona diversamente: in Germania, Svizzera o Danimarca, le trasferte non vengono mai “bannate”, nemmeno con tifoserie storicamente rivali, perché le autorità sanno gestire, organizzare e prevenire.


Secondo punto: generalizzare gli ultras come se fossero tutti “ragazzotti da menarsi” è ingiusto e fuorviante. La maggior parte dei tifosi non ha mai alzato un dito e subisce i divieti solo perché le istituzioni non vogliono fare il loro lavoro. Punire chi non c’entra nulla non è giustizia, è repressione. Il problema, come ho detto più volte, sta nelle inefficienze istituzionali, non negli ultras in quanto tali.


Infine, citare la morte di un ragazzo per strumentalizzare la discussione è inaccettabile, soprattutto se non c’entra nulla con gli episodi di cui parliamo. Mescolare tragedie reali e fatti sportivi per legittimare la repressione totale non è argomentare: è manipolare emotivamente chi legge.


Quindi la verità è questa: vietare le trasferte è la soluzione più comoda per chi guadagna tanto e fa poco. Gli ultras non vanno giustificati, ma vanno compresi e gestiti, non puniti a casaccio. Chi non riesce a farlo, semplicemente, non è all’altezza del ruolo che ricopre.

patatinaliscia
10 Settembre 2025 | 12.38
mirko70
10 Settembre 2025 | 19.26
beernez3
10 Settembre 2025 | 18.03
leo78
10 Settembre 2025 | 19.14
Paramo
10 Settembre 2025 | 18.52
beernez3
10 Settembre 2025 | 17.39

Ragazzi, volevo un attimo tornare sugli scontri di settimana scorsa tra i nostri ultrà e quelli del Como, e dire la mia opinione.


A me la cosa che fa più rabbia non è tanto lo scontro in sé – che, sia chiaro, personalmente non condivido – quanto l’atteggiamento delle istituzioni. Ogni volta che succede qualcosa, la risposta è sempre la stessa: vietare le trasferte. Una scorciatoia che colpisce tutti indistintamente e serve solo a coprire l’incapacità di chi dovrebbe gestire l’ordine pubblico.


Prefetti, questori, dirigenti di pubblica sicurezza: gente che percepisce stipendi da capogiro, pagata per prevenire e organizzare, e che invece si limita al divieto generalizzato. Possibile che nessuno di loro abbia pensato che far viaggiare atalantini e comaschi negli stessi orari e lungo le stesse tratte fosse una scelta suicida? Non dimentichiamo il contesto: l’anno scorso i comaschi avevano provocato a Bergamo con striscioni persino sui cavalcavia cittadini, non serve essere un esperto per capirlo, basta un minimo di buon senso. Ma siccome manca la professionalità, si ricorre alla repressione indiscriminata, come se il problema fossero i tifosi e non l’inefficienza di chi occupa certe poltrone.


E questa è la vera ingiustizia: chi sbaglia nel suo lavoro viene protetto e ben retribuito, mentre un intero popolo di tifosi viene punito senza distinzione. All’estero, in Germania, Danimarca, Polonia, Austria o in Svizzera, le istituzioni si assumono la responsabilità e gestiscono situazioni anche più difficili, nei paesi da me citati il concetto stesso di “bando delle trasferte” è inesistente: non si colpisce l’intera comunità di tifosi, ma si lavora per gestire i rischi con organizzazione e responsabilità, come dovrebbe fare chi governa l’ordine pubblico. Da noi, invece, si nascondono dietro divieti che non risolvono nulla.


Il nodo è tutto qui: non nella passione degli ultras, che con tutte le sue contraddizioni rimane il cuore pulsante del calcio italiano, ma nell’incapacità di uno Stato che, invece di fare il proprio dovere, preferisce scaricare la colpa sugli altri.

beernez3
10 Settembre 2025 | 17.39

Ragazzi, volevo un attimo tornare sugli scontri di settimana scorsa tra i nostri ultrà e quelli del Como, e dire la mia opinione.


A me la cosa che fa più rabbia non è tanto lo scontro in sé – che, sia chiaro, personalmente non condivido – quanto l’atteggiamento delle istituzioni. Ogni volta che succede qualcosa, la risposta è sempre la stessa: vietare le trasferte. Una scorciatoia che colpisce tutti indistintamente e serve solo a coprire l’incapacità di chi dovrebbe gestire l’ordine pubblico.


Prefetti, questori, dirigenti di pubblica sicurezza: gente che percepisce stipendi da capogiro, pagata per prevenire e organizzare, e che invece si limita al divieto generalizzato. Possibile che nessuno di loro abbia pensato che far viaggiare atalantini e comaschi negli stessi orari e lungo le stesse tratte fosse una scelta suicida? Non dimentichiamo il contesto: l’anno scorso i comaschi avevano provocato a Bergamo con striscioni persino sui cavalcavia cittadini, non serve essere un esperto per capirlo, basta un minimo di buon senso. Ma siccome manca la professionalità, si ricorre alla repressione indiscriminata, come se il problema fossero i tifosi e non l’inefficienza di chi occupa certe poltrone.


E questa è la vera ingiustizia: chi sbaglia nel suo lavoro viene protetto e ben retribuito, mentre un intero popolo di tifosi viene punito senza distinzione. All’estero, in Germania, Danimarca, Polonia, Austria o in Svizzera, le istituzioni si assumono la responsabilità e gestiscono situazioni anche più difficili, nei paesi da me citati il concetto stesso di “bando delle trasferte” è inesistente: non si colpisce l’intera comunità di tifosi, ma si lavora per gestire i rischi con organizzazione e responsabilità, come dovrebbe fare chi governa l’ordine pubblico. Da noi, invece, si nascondono dietro divieti che non risolvono nulla.


Il nodo è tutto qui: non nella passione degli ultras, che con tutte le sue contraddizioni rimane il cuore pulsante del calcio italiano, ma nell’incapacità di uno Stato che, invece di fare il proprio dovere, preferisce scaricare la colpa sugli altri.

Il cacciatore
10 Settembre 2025 | 14.59
francesco1907
10 Settembre 2025 | 13.17
brignuca
10 Settembre 2025 | 16.04
Francisco d Anconia
10 Settembre 2025 | 12.20
SuperSaudati
10 Settembre 2025 | 13.08
PANDACELADA98
10 Settembre 2025 | 12.45
poggiaus
10 Settembre 2025 | 13.40
francesco1907
10 Settembre 2025 | 13.17
Fabi84
10 Settembre 2025 | 13.31
SuperSaudati
10 Settembre 2025 | 13.08
crazyhorse200
10 Settembre 2025 | 12.54