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Ale17
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SudatoDinverno
03 Luglio 2026 | 23.49

È sorprendente osservare come un medesimo fatto possa essere sottoposto a un processo di selezione e di rielaborazione narrativa tanto profondo da risultare, a seconda della fonte, quasi irriconoscibile. Sul Corriere ho letto un articolo dal titolo:”Dammi due euro o ti bagno”: la storia di Hamza, detto “la dogana”, il 14enne franco-algerino col fucile ad acqua che ricatta i passanti e fa discutere la Francia. Il pezzo ricostruisce la vicenda attraverso la cronaca dei comportamenti attribuiti al ragazzo: aggressioni ai danni di persone con disabilità, passanti spinti nei canali, donne chiuse nei bagni pubblici, furti e numerosi episodi di violenza e intimidazione. Lo stesso caso viene affrontato da Il Post con un titolo significativamente diverso: “In Francia si parla molto di un 14enne con una pistola ad acqua. Ha origini algerine e chiede soldi ai passanti per non bagnarli: per l’estrema destra è un simbolo dei problemi delle seconde generazioni”. Qui il baricentro del racconto si sposta immediatamente dalla condotta del ragazzo alla reazione politica che essa suscita. I fatti passano sullo sfondo, mentre l’attenzione viene concentrata sull’utilizzo che la destra e l’estrema destra francese farebbero della vicenda nel dibattito pubblico. Non è una semplice differenza di impostazione giornalistica: è un diverso ordine delle priorità interpretative. In un caso la cronaca precede la politica, mentre nell’altro è la politica a filtrare la cronaca. Il risultato è che chi legge finisce per confrontarsi con due rappresentazioni della realtà che sembrano appartenere a universi distinti, pur prendendo spunto dagli stessi eventi. Approfondendo la vicenda emerge, come prevedibile, un quadro di forte marginalità sociale: una famiglia sostanzialmente assente, un contesto degradato e un percorso educativo praticamente inesistente. Nulla di ciò giustifica i comportamenti descritti, ma contribuisce a spiegarne le premesse. Ed è proprio qui che, a mio avviso, risiede il nodo più rilevante, ben più ampio del singolo episodio. Se uno Stato che dispone di apparati amministrativi sofisticati, di competenze interdisciplinari, di pedagogisti, psicologi, sociologi, criminologi ed esperti di politiche sociali non riesce a intervenire efficacemente quando il problema è ancora circoscritto ad un adolescente già noto ai servizi, viene spontaneo interrogarsi sulla reale capacità delle istituzioni contemporanee di governare fenomeni di complessità incomparabilmente superiore. La questione, allora, non riguarda soltanto questo ragazzo o altri come lui, né il modo in cui la stampa decide di raccontarlo. Riguarda il grado di efficacia dello Stato stesso. Perché un’istituzione incapace di prevenire il fallimento educativo e sociale degli individui difficilmente potrà convincere di essere all’altezza delle grandi sfide della surmodernità: dalle tensioni geopolitiche alle trasformazioni economiche, dalle crisi migratorie alla crescente frammentazione del tessuto sociale. È forse questa, più di ogni altra, la domanda che la vicenda dovrebbe indurre a porci. La chiusura rende il ragionamento meno polemico e più teorico: il caso concreto diventa un esempio attraverso cui interrogare la capacità dello Stato di esercitare efficacemente la propria funzione di governo in una società complessa.


P.s: questa riflessione non è orientata politicamente in alcun termine, semplicemente volevo riflettere, cercando di adottare un approccio vagamente multi-comprensivo , circa l’inerzia di un sistema di fronte a cose che reiterano nel nostro quotidiano.

SudatoDinverno
03 Luglio 2026 | 23.49

È sorprendente osservare come un medesimo fatto possa essere sottoposto a un processo di selezione e di rielaborazione narrativa tanto profondo da risultare, a seconda della fonte, quasi irriconoscibile. Sul Corriere ho letto un articolo dal titolo:”Dammi due euro o ti bagno”: la storia di Hamza, detto “la dogana”, il 14enne franco-algerino col fucile ad acqua che ricatta i passanti e fa discutere la Francia. Il pezzo ricostruisce la vicenda attraverso la cronaca dei comportamenti attribuiti al ragazzo: aggressioni ai danni di persone con disabilità, passanti spinti nei canali, donne chiuse nei bagni pubblici, furti e numerosi episodi di violenza e intimidazione. Lo stesso caso viene affrontato da Il Post con un titolo significativamente diverso: “In Francia si parla molto di un 14enne con una pistola ad acqua. Ha origini algerine e chiede soldi ai passanti per non bagnarli: per l’estrema destra è un simbolo dei problemi delle seconde generazioni”. Qui il baricentro del racconto si sposta immediatamente dalla condotta del ragazzo alla reazione politica che essa suscita. I fatti passano sullo sfondo, mentre l’attenzione viene concentrata sull’utilizzo che la destra e l’estrema destra francese farebbero della vicenda nel dibattito pubblico. Non è una semplice differenza di impostazione giornalistica: è un diverso ordine delle priorità interpretative. In un caso la cronaca precede la politica, mentre nell’altro è la politica a filtrare la cronaca. Il risultato è che chi legge finisce per confrontarsi con due rappresentazioni della realtà che sembrano appartenere a universi distinti, pur prendendo spunto dagli stessi eventi. Approfondendo la vicenda emerge, come prevedibile, un quadro di forte marginalità sociale: una famiglia sostanzialmente assente, un contesto degradato e un percorso educativo praticamente inesistente. Nulla di ciò giustifica i comportamenti descritti, ma contribuisce a spiegarne le premesse. Ed è proprio qui che, a mio avviso, risiede il nodo più rilevante, ben più ampio del singolo episodio. Se uno Stato che dispone di apparati amministrativi sofisticati, di competenze interdisciplinari, di pedagogisti, psicologi, sociologi, criminologi ed esperti di politiche sociali non riesce a intervenire efficacemente quando il problema è ancora circoscritto ad un adolescente già noto ai servizi, viene spontaneo interrogarsi sulla reale capacità delle istituzioni contemporanee di governare fenomeni di complessità incomparabilmente superiore. La questione, allora, non riguarda soltanto questo ragazzo o altri come lui, né il modo in cui la stampa decide di raccontarlo. Riguarda il grado di efficacia dello Stato stesso. Perché un’istituzione incapace di prevenire il fallimento educativo e sociale degli individui difficilmente potrà convincere di essere all’altezza delle grandi sfide della surmodernità: dalle tensioni geopolitiche alle trasformazioni economiche, dalle crisi migratorie alla crescente frammentazione del tessuto sociale. È forse questa, più di ogni altra, la domanda che la vicenda dovrebbe indurre a porci. La chiusura rende il ragionamento meno polemico e più teorico: il caso concreto diventa un esempio attraverso cui interrogare la capacità dello Stato di esercitare efficacemente la propria funzione di governo in una società complessa.


P.s: questa riflessione non è orientata politicamente in alcun termine, semplicemente volevo riflettere, cercando di adottare un approccio vagamente multi-comprensivo , circa l’inerzia di un sistema di fronte a cose che reiterano nel nostro quotidiano.

farabundo
04 Luglio 2026 | 08.31
SudatoDinverno
03 Luglio 2026 | 23.49

È sorprendente osservare come un medesimo fatto possa essere sottoposto a un processo di selezione e di rielaborazione narrativa tanto profondo da risultare, a seconda della fonte, quasi irriconoscibile. Sul Corriere ho letto un articolo dal titolo:”Dammi due euro o ti bagno”: la storia di Hamza, detto “la dogana”, il 14enne franco-algerino col fucile ad acqua che ricatta i passanti e fa discutere la Francia. Il pezzo ricostruisce la vicenda attraverso la cronaca dei comportamenti attribuiti al ragazzo: aggressioni ai danni di persone con disabilità, passanti spinti nei canali, donne chiuse nei bagni pubblici, furti e numerosi episodi di violenza e intimidazione. Lo stesso caso viene affrontato da Il Post con un titolo significativamente diverso: “In Francia si parla molto di un 14enne con una pistola ad acqua. Ha origini algerine e chiede soldi ai passanti per non bagnarli: per l’estrema destra è un simbolo dei problemi delle seconde generazioni”. Qui il baricentro del racconto si sposta immediatamente dalla condotta del ragazzo alla reazione politica che essa suscita. I fatti passano sullo sfondo, mentre l’attenzione viene concentrata sull’utilizzo che la destra e l’estrema destra francese farebbero della vicenda nel dibattito pubblico. Non è una semplice differenza di impostazione giornalistica: è un diverso ordine delle priorità interpretative. In un caso la cronaca precede la politica, mentre nell’altro è la politica a filtrare la cronaca. Il risultato è che chi legge finisce per confrontarsi con due rappresentazioni della realtà che sembrano appartenere a universi distinti, pur prendendo spunto dagli stessi eventi. Approfondendo la vicenda emerge, come prevedibile, un quadro di forte marginalità sociale: una famiglia sostanzialmente assente, un contesto degradato e un percorso educativo praticamente inesistente. Nulla di ciò giustifica i comportamenti descritti, ma contribuisce a spiegarne le premesse. Ed è proprio qui che, a mio avviso, risiede il nodo più rilevante, ben più ampio del singolo episodio. Se uno Stato che dispone di apparati amministrativi sofisticati, di competenze interdisciplinari, di pedagogisti, psicologi, sociologi, criminologi ed esperti di politiche sociali non riesce a intervenire efficacemente quando il problema è ancora circoscritto ad un adolescente già noto ai servizi, viene spontaneo interrogarsi sulla reale capacità delle istituzioni contemporanee di governare fenomeni di complessità incomparabilmente superiore. La questione, allora, non riguarda soltanto questo ragazzo o altri come lui, né il modo in cui la stampa decide di raccontarlo. Riguarda il grado di efficacia dello Stato stesso. Perché un’istituzione incapace di prevenire il fallimento educativo e sociale degli individui difficilmente potrà convincere di essere all’altezza delle grandi sfide della surmodernità: dalle tensioni geopolitiche alle trasformazioni economiche, dalle crisi migratorie alla crescente frammentazione del tessuto sociale. È forse questa, più di ogni altra, la domanda che la vicenda dovrebbe indurre a porci. La chiusura rende il ragionamento meno polemico e più teorico: il caso concreto diventa un esempio attraverso cui interrogare la capacità dello Stato di esercitare efficacemente la propria funzione di governo in una società complessa.


P.s: questa riflessione non è orientata politicamente in alcun termine, semplicemente volevo riflettere, cercando di adottare un approccio vagamente multi-comprensivo , circa l’inerzia di un sistema di fronte a cose che reiterano nel nostro quotidiano.

SudatoDinverno
03 Luglio 2026 | 23.49

È sorprendente osservare come un medesimo fatto possa essere sottoposto a un processo di selezione e di rielaborazione narrativa tanto profondo da risultare, a seconda della fonte, quasi irriconoscibile. Sul Corriere ho letto un articolo dal titolo:”Dammi due euro o ti bagno”: la storia di Hamza, detto “la dogana”, il 14enne franco-algerino col fucile ad acqua che ricatta i passanti e fa discutere la Francia. Il pezzo ricostruisce la vicenda attraverso la cronaca dei comportamenti attribuiti al ragazzo: aggressioni ai danni di persone con disabilità, passanti spinti nei canali, donne chiuse nei bagni pubblici, furti e numerosi episodi di violenza e intimidazione. Lo stesso caso viene affrontato da Il Post con un titolo significativamente diverso: “In Francia si parla molto di un 14enne con una pistola ad acqua. Ha origini algerine e chiede soldi ai passanti per non bagnarli: per l’estrema destra è un simbolo dei problemi delle seconde generazioni”. Qui il baricentro del racconto si sposta immediatamente dalla condotta del ragazzo alla reazione politica che essa suscita. I fatti passano sullo sfondo, mentre l’attenzione viene concentrata sull’utilizzo che la destra e l’estrema destra francese farebbero della vicenda nel dibattito pubblico. Non è una semplice differenza di impostazione giornalistica: è un diverso ordine delle priorità interpretative. In un caso la cronaca precede la politica, mentre nell’altro è la politica a filtrare la cronaca. Il risultato è che chi legge finisce per confrontarsi con due rappresentazioni della realtà che sembrano appartenere a universi distinti, pur prendendo spunto dagli stessi eventi. Approfondendo la vicenda emerge, come prevedibile, un quadro di forte marginalità sociale: una famiglia sostanzialmente assente, un contesto degradato e un percorso educativo praticamente inesistente. Nulla di ciò giustifica i comportamenti descritti, ma contribuisce a spiegarne le premesse. Ed è proprio qui che, a mio avviso, risiede il nodo più rilevante, ben più ampio del singolo episodio. Se uno Stato che dispone di apparati amministrativi sofisticati, di competenze interdisciplinari, di pedagogisti, psicologi, sociologi, criminologi ed esperti di politiche sociali non riesce a intervenire efficacemente quando il problema è ancora circoscritto ad un adolescente già noto ai servizi, viene spontaneo interrogarsi sulla reale capacità delle istituzioni contemporanee di governare fenomeni di complessità incomparabilmente superiore. La questione, allora, non riguarda soltanto questo ragazzo o altri come lui, né il modo in cui la stampa decide di raccontarlo. Riguarda il grado di efficacia dello Stato stesso. Perché un’istituzione incapace di prevenire il fallimento educativo e sociale degli individui difficilmente potrà convincere di essere all’altezza delle grandi sfide della surmodernità: dalle tensioni geopolitiche alle trasformazioni economiche, dalle crisi migratorie alla crescente frammentazione del tessuto sociale. È forse questa, più di ogni altra, la domanda che la vicenda dovrebbe indurre a porci. La chiusura rende il ragionamento meno polemico e più teorico: il caso concreto diventa un esempio attraverso cui interrogare la capacità dello Stato di esercitare efficacemente la propria funzione di governo in una società complessa.


P.s: questa riflessione non è orientata politicamente in alcun termine, semplicemente volevo riflettere, cercando di adottare un approccio vagamente multi-comprensivo , circa l’inerzia di un sistema di fronte a cose che reiterano nel nostro quotidiano.

SudatoDinverno
03 Luglio 2026 | 23.49

È sorprendente osservare come un medesimo fatto possa essere sottoposto a un processo di selezione e di rielaborazione narrativa tanto profondo da risultare, a seconda della fonte, quasi irriconoscibile. Sul Corriere ho letto un articolo dal titolo:”Dammi due euro o ti bagno”: la storia di Hamza, detto “la dogana”, il 14enne franco-algerino col fucile ad acqua che ricatta i passanti e fa discutere la Francia. Il pezzo ricostruisce la vicenda attraverso la cronaca dei comportamenti attribuiti al ragazzo: aggressioni ai danni di persone con disabilità, passanti spinti nei canali, donne chiuse nei bagni pubblici, furti e numerosi episodi di violenza e intimidazione. Lo stesso caso viene affrontato da Il Post con un titolo significativamente diverso: “In Francia si parla molto di un 14enne con una pistola ad acqua. Ha origini algerine e chiede soldi ai passanti per non bagnarli: per l’estrema destra è un simbolo dei problemi delle seconde generazioni”. Qui il baricentro del racconto si sposta immediatamente dalla condotta del ragazzo alla reazione politica che essa suscita. I fatti passano sullo sfondo, mentre l’attenzione viene concentrata sull’utilizzo che la destra e l’estrema destra francese farebbero della vicenda nel dibattito pubblico. Non è una semplice differenza di impostazione giornalistica: è un diverso ordine delle priorità interpretative. In un caso la cronaca precede la politica, mentre nell’altro è la politica a filtrare la cronaca. Il risultato è che chi legge finisce per confrontarsi con due rappresentazioni della realtà che sembrano appartenere a universi distinti, pur prendendo spunto dagli stessi eventi. Approfondendo la vicenda emerge, come prevedibile, un quadro di forte marginalità sociale: una famiglia sostanzialmente assente, un contesto degradato e un percorso educativo praticamente inesistente. Nulla di ciò giustifica i comportamenti descritti, ma contribuisce a spiegarne le premesse. Ed è proprio qui che, a mio avviso, risiede il nodo più rilevante, ben più ampio del singolo episodio. Se uno Stato che dispone di apparati amministrativi sofisticati, di competenze interdisciplinari, di pedagogisti, psicologi, sociologi, criminologi ed esperti di politiche sociali non riesce a intervenire efficacemente quando il problema è ancora circoscritto ad un adolescente già noto ai servizi, viene spontaneo interrogarsi sulla reale capacità delle istituzioni contemporanee di governare fenomeni di complessità incomparabilmente superiore. La questione, allora, non riguarda soltanto questo ragazzo o altri come lui, né il modo in cui la stampa decide di raccontarlo. Riguarda il grado di efficacia dello Stato stesso. Perché un’istituzione incapace di prevenire il fallimento educativo e sociale degli individui difficilmente potrà convincere di essere all’altezza delle grandi sfide della surmodernità: dalle tensioni geopolitiche alle trasformazioni economiche, dalle crisi migratorie alla crescente frammentazione del tessuto sociale. È forse questa, più di ogni altra, la domanda che la vicenda dovrebbe indurre a porci. La chiusura rende il ragionamento meno polemico e più teorico: il caso concreto diventa un esempio attraverso cui interrogare la capacità dello Stato di esercitare efficacemente la propria funzione di governo in una società complessa.


P.s: questa riflessione non è orientata politicamente in alcun termine, semplicemente volevo riflettere, cercando di adottare un approccio vagamente multi-comprensivo , circa l’inerzia di un sistema di fronte a cose che reiterano nel nostro quotidiano.

SudatoDinverno
03 Luglio 2026 | 23.49

È sorprendente osservare come un medesimo fatto possa essere sottoposto a un processo di selezione e di rielaborazione narrativa tanto profondo da risultare, a seconda della fonte, quasi irriconoscibile. Sul Corriere ho letto un articolo dal titolo:”Dammi due euro o ti bagno”: la storia di Hamza, detto “la dogana”, il 14enne franco-algerino col fucile ad acqua che ricatta i passanti e fa discutere la Francia. Il pezzo ricostruisce la vicenda attraverso la cronaca dei comportamenti attribuiti al ragazzo: aggressioni ai danni di persone con disabilità, passanti spinti nei canali, donne chiuse nei bagni pubblici, furti e numerosi episodi di violenza e intimidazione. Lo stesso caso viene affrontato da Il Post con un titolo significativamente diverso: “In Francia si parla molto di un 14enne con una pistola ad acqua. Ha origini algerine e chiede soldi ai passanti per non bagnarli: per l’estrema destra è un simbolo dei problemi delle seconde generazioni”. Qui il baricentro del racconto si sposta immediatamente dalla condotta del ragazzo alla reazione politica che essa suscita. I fatti passano sullo sfondo, mentre l’attenzione viene concentrata sull’utilizzo che la destra e l’estrema destra francese farebbero della vicenda nel dibattito pubblico. Non è una semplice differenza di impostazione giornalistica: è un diverso ordine delle priorità interpretative. In un caso la cronaca precede la politica, mentre nell’altro è la politica a filtrare la cronaca. Il risultato è che chi legge finisce per confrontarsi con due rappresentazioni della realtà che sembrano appartenere a universi distinti, pur prendendo spunto dagli stessi eventi. Approfondendo la vicenda emerge, come prevedibile, un quadro di forte marginalità sociale: una famiglia sostanzialmente assente, un contesto degradato e un percorso educativo praticamente inesistente. Nulla di ciò giustifica i comportamenti descritti, ma contribuisce a spiegarne le premesse. Ed è proprio qui che, a mio avviso, risiede il nodo più rilevante, ben più ampio del singolo episodio. Se uno Stato che dispone di apparati amministrativi sofisticati, di competenze interdisciplinari, di pedagogisti, psicologi, sociologi, criminologi ed esperti di politiche sociali non riesce a intervenire efficacemente quando il problema è ancora circoscritto ad un adolescente già noto ai servizi, viene spontaneo interrogarsi sulla reale capacità delle istituzioni contemporanee di governare fenomeni di complessità incomparabilmente superiore. La questione, allora, non riguarda soltanto questo ragazzo o altri come lui, né il modo in cui la stampa decide di raccontarlo. Riguarda il grado di efficacia dello Stato stesso. Perché un’istituzione incapace di prevenire il fallimento educativo e sociale degli individui difficilmente potrà convincere di essere all’altezza delle grandi sfide della surmodernità: dalle tensioni geopolitiche alle trasformazioni economiche, dalle crisi migratorie alla crescente frammentazione del tessuto sociale. È forse questa, più di ogni altra, la domanda che la vicenda dovrebbe indurre a porci. La chiusura rende il ragionamento meno polemico e più teorico: il caso concreto diventa un esempio attraverso cui interrogare la capacità dello Stato di esercitare efficacemente la propria funzione di governo in una società complessa.


P.s: questa riflessione non è orientata politicamente in alcun termine, semplicemente volevo riflettere, cercando di adottare un approccio vagamente multi-comprensivo , circa l’inerzia di un sistema di fronte a cose che reiterano nel nostro quotidiano.

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