17/06/2026 | 04.44
3

Benvenuto "Comante" (chi trova un mister trova un tesoro)


A Napoli e Roma era "il Comandante". Qualcuno da noi ha cominciato a chiamarlo cosi' ma vuoi per la sfiga che il nick ha portato ad altri mister nerazzurri recenti, sia per distinguerci ci piace chiamarlo "Comante" come faceva Terence Hill col grande Bud in "Chi trova un amico trova un tesoro".
Insomma, un nick all'insegna dell'esclusivo e del "non prendersi troppo sul serio"


Quando si parla di Maurizio Sarri si rischia di fermarsi alla superficie: il fumatore incallito, il teorico del "Sarrismo", il tecnico ossessionato dagli schemi. Ma scavando nelle interviste, nei racconti degli ex giocatori e nelle testimonianze di chi lo ha frequentato, emerge un personaggio molto più complesso e persino contraddittorio.

L'uomo che non doveva arrivare fin qui

Sarri è forse il più improbabile allenatore di vertice del calcio europeo. Non è un ex campione, non appartiene a una dinastia calcistica, non è cresciuto nei grandi club. Per molti anni ha lavorato come impiegato bancario, viaggiando tra Londra, Zurigo e Lussemburgo mentre allenava squadre dilettantistiche la sera. Questa origine ha lasciato un segno profondo nel suo carattere: spesso ha rivendicato la differenza tra chi nasce nel calcio professionistico e chi deve conquistarsi ogni categoria passo dopo passo.

Molti allenatori parlano di meritocrazia; Sarri sembra averla vissuta sulla propria pelle per oltre vent'anni.

Un introverso travestito da burbero

Chi lo descrive da vicino usa spesso parole che sorprendono il pubblico.

L'ex giocatore Daniele Croce, che lo ha avuto per anni, lo definisce "introverso, non mondano" e racconta che il suo rapporto con i calciatori nasce quasi esclusivamente sul campo. Secondo Croce, parlare con Sarri mette quasi soggezione perché è un uomo che vive immerso nel calcio e nei ragionamenti sul calcio.

Questa è forse la chiave più interessante del personaggio:

non è un motivatore alla Mourinho;
non è un padre affettuoso alla Ancelotti;
non è un comunicatore naturale.

È un uomo che comunica soprattutto attraverso il lavoro.

Molti giocatori raccontano che fuori dal campo può apparire distante, ma dentro il campo diventa estremamente coinvolto.

L'ossessione

Se si cerca un tratto dominante della sua personalità, emerge una parola: ossessione.

L'ex attaccante Antonio Floro Flores lo ha descritto come "malato di calcio", ricordando che Sarri conosceva nomi, caratteristiche e dettagli di avversari persino di categorie inferiori durante semplici amichevoli.

Anche chi lo ha criticato raramente mette in dubbio la sua preparazione.

È il tipo di allenatore che:

accumula informazioni;
studia compulsivamente;
costruisce automatismi quasi maniacali;
pretende che ogni movimento abbia una logica.

La famosa definizione "33", attribuitagli a Napoli per l'enorme quantità di schemi provati, nasce proprio da questa fama di perfezionista quasi ossessivo.

Brutalmente sincero

Molti allenatori usano la diplomazia. Sarri no.

Diversi ex giocatori lo descrivono come diretto, a volte spigoloso, persino ruvido. Floro Flores racconta che non aveva alcun problema a dire in faccia ciò che pensava, anche con espressioni molto colorite. Ma aggiunge subito che dietro quei modi c'era una persona fondamentalmente onesta e perbene.

Anche osservatori esterni hanno spesso evidenziato questo tratto. Durante l'esperienza alla Juventus furono riportati attriti con alcuni giocatori, attribuiti proprio alla sua franchezza e alla difficoltà di addolcire i messaggi. Fu definito "troppo sincero, troppo brusco".

In altre parole, Sarri sembra incapace di interpretare un ruolo politico.

Il romantico nascosto

Dietro il personaggio burbero emerge però un aspetto inatteso.

Nelle conferenze stampa e nelle interviste più lunghe, Sarri parla spesso di fatica, percorso, provincia, gavetta. Non racconta il calcio come una scienza esatta ma come una ricerca continua.

Quando arrivò alla Juventus definì quell'approdo "il coronamento di una lunga carriera difficilissima nell'80% del percorso". Una frase che dice molto del modo in cui percepisce sé stesso: non come un predestinato ma come un sopravvissuto.

Un uomo poco interessato all'immagine

Nel calcio moderno molti allenatori sono diventati marchi.

Sarri sembra aver sempre avuto un rapporto difficile con la costruzione della propria immagine.

La tuta, le sigarette, il linguaggio diretto, l'aria da professore disordinato non sono mai sembrati elementi studiati. Anzi, spesso gli hanno creato problemi.

Per questo molti tifosi lo percepiscono come autentico, anche quando non condividono le sue idee.

Le superstizioni

Dietro il razionalista esiste un lato quasi scaramantico.

Diversi racconti provenienti dall'esperienza al Chelsea e da altre squadre descrivono un Sarri pieno di rituali e abitudini ripetute. Anche alcuni ex collaboratori e giocatori hanno ricordato una certa vena superstiziosa che convive curiosamente con il suo approccio estremamente analitico al gioco.

È un contrasto tipicamente italiano: l'uomo dei dati che poi non rinuncia al rito.

Il rapporto con i giocatori

Non tutti lo amano.

Non tutti lo sopportano.

Ma moltissimi lo rispettano.

Il rapporto che instaura sembra basarsi più sulla credibilità tecnica che sul carisma personale. Chi entra nel suo mondo calcistico spesso ne rimane affascinato; chi non vi entra può sentirsi escluso.

Emblematico un racconto di Kalidou Koulibaly: durante una riunione tecnica, mentre stava per nascere suo figlio, Sarri inizialmente cercò persino di convincerlo a restare perché aveva bisogno di lui per la partita. L'aneddoto è raccontato con ironia, ma mostra quanto il calcio occupi ogni spazio mentale dell'allenatore toscano.

Il ritratto finale

Se dovessimo sintetizzare Maurizio Sarri come persona, più che come allenatore, diremmo che è:

un autodidatta arrivato al vertice;
un introverso che comunica attraverso il lavoro;
un perfezionista quasi ossessivo;
un uomo diretto fino alla scomodità;
un romantico della provincia calcistica;
un intellettuale del pallone poco interessato alle convenzioni sociali;
un idealista che spesso preferisce la coerenza alla diplomazia.

Il paradosso di Sarri è che, nonostante la fama di tattico, ciò che colpisce maggiormente chi lo incontra non è la tattica. È la sensazione di trovarsi davanti a una persona che ha sacrificato quasi tutto a un'unica passione e che, a sessant'anni passati, continua a guardare il calcio con l'intensità di un ragazzo che allena nei campi di periferia.

By staff
3 commenti