Chi strappa paga. Lo striscione a DeRoon e un libro
Si può passare in una storia senza appartenerle? Ovvero: perché ho scritto un libro.

«Hai scelto di passare
nella nostra storia ma non di appartenerle.»
Da quando ho letto questo striscione della Curva Nord continuo a pensarci,
perché credo sia una delle cose più lucide che ho letto recentemente. In
poche, brevi parole, riesce a fare qualcosa che solitamente è molto difficile:
accettare una nuova verità, che mette in discussione cose che credevamo
altrettanto vere, senza distruggerne nessuna.
La storia la conosciamo. Gasperini nel 2025 lascia l'Atalanta e va alla Roma.
Un anno dopo, lo raggiunge De Roon. Alla prima partita contro di noi, il
giorno dopo il suo arrivo a Roma, i giallorossi vincono contro di noi segnando
il gol decisivo nei minuti di recupero e Marten corre a festeggiare con i
nuovi compagni sotto la curva romanista. Alla partita successiva a Bergamo
compare uno striscione rivolto a lui. Ma non c’è scritto: traditore,
oppure: non sei mai stato uno di noi, o ancora: vergognati.
Niente di tutto questo.
C'è scritto: «hai scelto». La prima cosa che lo striscione fa è riconoscere a De Roon la libertà della sua scelta. Non dice che non potesse andarsene. Non nega che sia un professionista. Non pretende che dovesse fare, come ha detto Gasperini subito dopo, “la scarpa vecchia nello sgabuzzino”. Poi dice: «di passare nella nostra storia». E quindi non cancella niente. Le partite, la fascia, le vittorie, l'Europa League, gli anni trascorsi insieme: tutto rimane. De Roon è stato parte della storia dell'Atalanta e nessuna scelta successiva potrà renderlo falso. Infine: «ma non di appartenerle».
Ed è qui che lo striscione diventa straordinario. Perché non modifica il passato. Modifica il significato che, attraverso il passato, avevamo immaginato per il futuro. Noi avevamo immaginato De Roon restare per anni, diventare dirigente, parlare da atalantino, condividere vittorie e sconfitte, tramettere lo spirito dell’Atalanta ai nuovi arrivati e poter continuare ad essere per sempre la nostra bandiera. E da tutto questo avevamo costruito qualcosa che un fatto non era. Appunto, un ipotetico futuro. Quest’ultima era la nostra costruzione, un futuro immaginato, un sogno. Che però sembrava verissimo per noi.
La scelta di De Roon, pur non rendendo falsi gli anni precedenti, ci ha
improvvisamente costretti a guardare diversamente a quelli futuri e ad
ammettere: ok, questa parte l'avevamo aggiunta noi. Certo, noi pensavamo che
anche lui condividesse quest’aggiunta, ed è questa la disillusione che fa
male. Ma qui si tratta di una cosa che nelle nostre vite accade sovente e da
cui seguono spesso conflitti e incomunicabilità. Se una relazione finisce male
diciamo: allora non mi hai mai amato. Se un amico ci delude:
allora non sei mai stato davvero mio amico. Se qualcuno nel quale
credevamo prende una strada che non comprendiamo: allora era tutto
falso. È un modo molto umano di rimettere ordine. Se il presente
contraddice il passato, riscriviamo il passato, che è docile e ce lo lascia
fare.
È anche vero che molti, dentro lo striscione, questi significati li hanno
visti. Ma qui è importante distinguere ciò che sta nelle cose da ciò che sta
nello sguardo di chi le vede, perché, letteralmente, è evidente che lo
striscione della Curva Nord non cade in questo tranello. Anzi, lo evita e lo
aggira con un’abilità davvero ammirevole. La bandiera che sventola al cielo si
trasforma in una bandierina segnaposto. Segna un pezzo di storia, non più
un'appartenenza.
Insomma, non so chi abbia composto quella scritta, ma secondo me ha fatto
un'operazione intellettualmente raffinatissima. In un mondo del tifo che sale
spesso alla ribalta per la sua grettezza, questa è una cosa da riconoscere e
sottolineare.
Quello striscione mi ha colpito così tanto
forse anche perché dimostra di saper fare, in una frase, qualcosa che provo
a spiegare in modo senz’altro più articolato in La verità è
artificiale, il libro che ho scritto e che uscirà nelle librerie a
metà ottobre.
Separare diverse verità, guardarle una per una e non sentire l’esigenza di
distruggere quelle che non corrispondono perfettamente. E si tratta di una
capacità non comune, perché noi, invece, coltiviamo l’inconsapevole
pregiudizio che la verità debba essere una sola. Che da una discussione
debbano uscire un vincitore e uno sconfitto. Che, se io ho ragione, tu debba
necessariamente avere torto. Intanto però la vita non funziona così, e a volte
questa nostra pretesa di veder prevalere una sola verità ci impedisce di
viverla davvero. In realtà, infatti, noi possiamo amare qualcuno e pensare che
abbia sbagliato; qualcosa può essere un diritto ed essere ingiusto; una scelta
può essere conveniente e al tempo stesso costare moltissimo. E, in fondo: una
persona può essere stata realmente parte della nostra storia e non appartenere
più al futuro che avevamo immaginato insieme.
È di questa strana
semplicità, che nessuno riesce a vivere con semplicità, che parla lo
striscione dedicato a De Roon e di cui parlo anche in La verità è
artificiale. Nella convinzione che, se imparassimo un po' meglio a
distinguere ed esprimere le nostre verità senza sentire la necessità di
sconfiggere quelle degli altri, vivremmo tutti un pochino meglio.
Francesco64
Berghemschwizz