Dortmund: Ritorno al Futuro. Il cerchio si chiude dove tutto ebbe inizio

C’è un senso di déjà-vu che ci accompagna mentre attraversiamo il confine, diretti di nuovo verso la Germania. Guardiamo fuori dal finestrino e il paesaggio è lo stesso di allora: il cielo grigio, il nevischio che schiaffeggia i parabrezza e quel freddo pungente che sembra voler testare la nostra fede. Ma noi, la gente di Bergamo, al freddo e alla fatica siamo abituati. È nel nostro DNA.
Tornare a Dortmund per questa sfida di Champions League non è solo una trasferta. È la chiusura di un cerchio magico, un appuntamento col destino che ci riporta lì, dove tutto ebbe inizio.
Era il 15 febbraio 2018. L’Atalanta che si affacciava all’Europa League era una creatura bellissima ma ancora incredula. Venivamo da decenni di anonimato, di campionati vissuti col fiato sospeso per una salvezza agguantata all'ultimo respiro, di mercoledì passati a guardare l'Europa solo in televisione. Per noi, essere lì era già un miracolo. Superare il girone e giocarci il passaggio del turno contro il colosso Borussia era qualcosa che andava oltre ogni nostra più folle immaginazione. Eravamo la piccola realtà di provincia ammessa al tavolo dei grandi, e ci sentivamo quasi degli intrusi, ma con l'orgoglio di chi non ha nulla da perdere.
Ricordate l'impatto con il Westfalenstadion? Il leggendario "Muro Giallo". Eppure, quella sera, i rintocchi dei nostri cuori fecero più rumore dei tamburi tedeschi. Migliaia di bergamaschi arrivati con ogni mezzo si presero uno spicchio di Germania e lo trasformarono in un angolo di Città Alta.
E poi quel momento, impresso nella nostra memoria collettiva come un dipinto: la doppietta del "Professore", Josip Ilicic. Quel grido nel microfono di Sky che ancora oggi ci fa tremare i polsi: "Delirio nerazzurro a Dortmund!". Fu l'istante in cui capimmo che non eravamo lì per caso. Fu l'istante in cui la nostra dimensione cambiò per sempre.
Chi c'era non dimenticherà mai il Presidente Percassi, quell'uomo che ha preso la nostra passione e l'ha trasformata in realtà, piangere sotto la nostra curva. Lacrime vere, di chi sa da dove siamo partiti.
Di quella spedizione del 2018, oggi in campo è rimasto solo uno. Il nostro Capitano. Marten de Roon.
Marten è il filo rosso che unisce la squadra di giovani promesse di allora alla corazzata che nel 2024 ha alzato al cielo di Dublino l’Europa League. Lui incarna tutto ciò che siamo: lavoro silenzioso, sudore, spirito di sacrificio e quella testardaggine tipicamente bergamasca. Se lui è ancora lì, a lottare su ogni pallone, è perché il cerchio non è ancora chiuso del tutto.
Oggi non siamo più l'underdog, la "piccola" che spera di non sfigurare. Siamo stati sul tetto d'Europa, siamo una realtà consolidata della Champions League. Ma lo spirito deve essere lo stesso.
Questa partita ha un significato che travalica il campo. Rappresenta il percorso di crescita di un'intera città. Sono passati otto anni, un battito di ciglia ma un’eternità per i nostri cuori nerazzurri, se pensiamo a tutto quello che abbiamo vissuto nel mezzo. Se in quel 2018 eravamo poco più che debuttanti, con gli occhi sgranati di chi scopre il mondo per la prima volta, oggi torniamo in Germania con qualche cicatrice in più, una coppa in bacheca e la consapevolezza dei grandi, ma custodendo gelosamente nel DNA il ricordo di quella notte di neve e di sogni. Andiamo a Dortmund non per chiudere una ferita, ma per onorare quanto siamo diventati grandi.
Il fato ha voluto regalarci questa rivincita contro la super favorita di allora, solo che stavolta ci guarderanno negli occhi con un timore diverso.
Perché noi siamo l'Atalanta. E il delirio nerazzurro non è mai finito.
Gandalf
By staff