29/03/2026 | 20.40
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"La Repubblica" ha intervistato Andrea Mastrovito

Raffaele Panizza di "La Repubblica" ha intervistato Andrea Mastrovito, il geniale artista atalantino di cui vi abbiamo gia' piu' volte parlato e che ha avuto l'incarico di completare La Sagrada Familia di Barcellona. Ecco il pezzo


«In Dio? No, nell'Atalanta»

A giugno tutti vedranno l'opera che Andrea Mastrovito ha realizzato per la torre più alta della Sagrada Família. Intanto lui confessa i sogni più grandi che gli infonde la fede.

di Raffaele Panizza


Il tratto più bello di Andrea Mastrovito, l'artista scelto per incastonare la scultura dell'Agnello di Dio al centro della torre più alta della Sagrada Família a Barcellona, è che allo stesso tempo gli frega di tutto e non gli frega di niente.
Nel suo studio di Grassobbio, tra i capannoni di logistica accanto all'aeroporto bergamasco di Orio al Serio, ci accoglie nella sua divisa congeniale: sneakers, tuta e felpa nerazzurra dell'Atalanta, che sta in cima alle sue ossessioni («Io vado soltanto in curva»). Seguita da Pablo Picasso, Kentridge, dai vampiri, dai dischi dei Queen e dei Metallica, il cui cantante James Hatfield lo fa impazzire perché nessun altro, dice, incarna la rabbia e la vulnerabile dolcezza umana come lui.
«Se foste venuti in piena estate ci avreste trovati a lavorare in mutande sporchi di vernice fino ai piedi», racconta, beccandosi la prima reprimenda dalla sua pr, e indicando i collaboratori della piccola factory alle prese con l'ultimo dei 31 ritratti destinati al prossimo museo della squadra atalantina. Figure a grandezza naturale disegnate con penna litografica su una tela fatta di righelli appaiati, a simboleggiare la misura infinita della passione: il presidente Antonio Percassi vestito da legionario con la coppa dell'Europa League in mano, Cristiano Doni inghiottito dal buio, Caniggia–Che Guevara e Zapata–Django.
Poi i collage, i frottage, le lavagne incise e i tronchi intarsiati: richiamano gli alberi che Mastrovito ha riprodotto per l'altare della chiesa di San Giovanni XXIII a Bergamo, dove la croce è piantata nella terra di un bosco, deperibile come tutto ciò che è organico, immortale come la natura e il Verbo. Con Gesù Cristo che ha le stesse sembianze del Bocia: storico capo ultras, diffidato da trent'anni.

RAFFAELE PANIZZA: Dalla finestra non si vede niente di bello. Non ha bisogno di ispirazione, per lavorare.

ANDREA MASTROVITO: «Per fare arte ho solo bisogno di conoscere l'arte. Che è un dialogo tra ciò che è stato fatto e ciò che posso fare io. Cercando di creare qualcosa di bello. O quantomeno, di non fare troppo schifo».

RP: Il suo Agnus Dei, a 172 metri d'altezza, sarà l'opera d'arte sacra più alta del mondo. Gaudí aveva dato indicazioni per la sua realizzazione.

AM: «Aveva chiesto che fosse fonte di luce e che la Torre del Gesù, in cima alla quale sorgerà la croce con la mia scultura, non superasse la collina del Montjuïc. La Sagrada Família è una foresta di simboli teologici, con al centro l'idea di armonia tra uomo e natura».

RP: Quando verrà inaugurata?

AM: «Il 10 giugno, col Papa a benedirla. E sarà interessante, perché la religione è stata per secoli il campo da gioco preferito degli artisti in un dialogo che si è interrotto. Ma se penso a me, a Stefano Orienti o a Marco Cingolani, posso assicurarle che l'interesse è tantissimo, e che gli artisti sono più vicini alla Chiesa di quanto lei non lo sia a loro. Però la committenza sacra sta tornando, e il padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia è un ottimo segnale».

RP: Il suo agnello di cosa è fatto?

AM: «Di vetro soffiato, ricoperto da un vello di centinaia di schegge di bicchiere che ho rotto col martello, massacrandomi le mani. A contenerlo ci sarà una struttura dorata ispirata alla forma del paraboloide iperbolico. E grazie al fosforo e alle luci led parrà illuminarsi da dentro, in una delicata opalescenza. L'Agnus Dei è l'Alfa, l'origine del Verbo che diventa carne. In cima alla Torre del Gesù che è metafora della nascita dell'universo».

RP: Come ha avuto la visione?

AM: «Mancava pochissimo alla consegna del bozzetto e mi sono rinchiuso una sera al Winter Garden, un hotel qui vicino, che tra l'altro è il quartier generale delle squadre che vengono a Bergamo in trasferta. In tv davano una partita della Roma. Avevo un foglio da disegno e una copia de Il grande spettacolo del cielo dell'astrofisico Marco Bersanelli, che parla di un fondo cosmico di microonde nello spazio. E allora l'ho tradotto in questa gabbia d'oro. E non nascondo di aver pensato anche a Spielberg e ai raggi di abduzione alieni».

RP: Fare il modellino le è stato complesso?

AM: «Mi ha aiutato mia moglie Francesca, che fa la designer. Anche perché nei giorni della consegna ero a Dublino, in trasferta con la curva, per vedere la finale di Europa League Atalanta–Bayern Leverkusen. Senza di lei, che tra l'altro era incinta dei nostri due gemelli, non so se ce l'avrei fatta».

RP: E quando ha saputo di aver vinto il concorso, chi ha chiamato?

AM: «Prima di tutto lei. Poi i miei migliori amici e Giampiero Gasperini, che è un grande amico e sento almeno una volta a settimana, anche ora che non allena più l'Atalanta».

RP: Se potesse chiedere al Paese un regalo per aver portato l'arte italiana in cima alla basilica più alta del mondo, cosa chiederebbe?

AM: «Che Rino Gattuso portasse otto giocatori dell'Atalanta ai Mondiali. Le faccio i nomi, perché me li sono segnati: Scamacca, Raspadori, Bernasconi, Palestra, Zappacosta, Scalvini, Bellanova e Carnesecchi. Tutti in America. Tutti dentro».

Fonte originale

-> inserto settimanale "La Repubblica"

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