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29/09/2026 | 15.30
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Paolo Montero: dagli inizi all’Atalanta, la Juve e la nuova vita da allenatore


«L’Atalanta mi comprò senza avermi mai visto giocare»

Come arrivò il trasferimento dall’Uruguay all’Italia e che ricordo hai dei primi mesi a Bergamo?

«La mia partenza dal Peñarol nacque dopo un problema che mi aveva portato fuori dalla rosa. In quel periodo César Luis Menotti, che allenava in Uruguay, mi contattò e mi fece arrivare a Buenos Aires. Era molto legato ad Antonio Previtali, che allora era il presidente dell’Atalanta.

La cosa particolare è che l’Atalanta decise di acquistarmi senza avermi osservato direttamente in partita. La società si affidò alle relazioni dei propri osservatori, che mi avevano seguito durante alcune tournée in Sudamerica e in Spagna.

Arrivai a Bergamo ad aprile, ma dovetti aspettare circa sei mesi prima di scendere in campo. Quel periodo servì soprattutto per imparare l’italiano e prendere confidenza con il nuovo ambiente.

Mi ambientai bene quasi subito. Venivo da Montevideo, una città con dimensioni e ritmi che sentivo abbastanza vicini a quelli di Bergamo. Per questo, rispetto a città molto più grandi come Roma o Milano, il cambiamento fu meno traumatico».

Qual è stata la difficoltà più grande quando sei arrivato in Italia?

«Avevo appena diciannove anni e mi trovai davanti a un campionato nel quale giocavano alcuni dei migliori calciatori del mondo. La seconda partita fu particolarmente significativa: giocammo a San Siro contro il Milan.

In quella squadra c'erano Maldini, Baresi, Ancelotti, Donadoni, Van Basten, Gullit e Rijkaard. Perdemmo 2-0 e praticamente non riuscimmo a uscire dalla nostra metà campo.

Dopo quella partita mio padre mi fece capire che dovevo cambiare approccio. Dovevo lasciarmi alle spalle alcune caratteristiche del calcio sudamericano che avevo imparato da ragazzo e diventare un difensore più concreto, adattandomi alla realtà del calcio europeo».

Come arrivò invece la chiamata della Juventus?

«All’inizio avevo avuto dei contatti con l’Inter e incontrai Giacinto Facchetti e Sandro Mazzola. Non avendo ancora un procuratore, gestivo personalmente queste situazioni. Dopo un primo incontro senza accordo, tornai a Milano e trovammo un’intesa.

Poi, mentre ero a Bergamo con la mia famiglia, ricevetti una telefonata da Marcello Lippi. Mi disse di non firmare nulla con l’Inter e di andare immediatamente a Torino. Partii quella sera con mio fratello e a mezzanotte firmai per la Juventus insieme a Luciano Moggi».


Paolo Montero nell'intervista poi parla molto a lungo della Juventus.
Indica nella Juventus degli anni con Davids, Zidane, Del Piero, Inzaghi, Vieri e Deschamps la squadra più completa in cui abbia giocato. La mentalità vincente, spiega, veniva sì dalla dirigenza, ma soprattutto dal gruppo italiano in spogliatoio, fatto di uomini come Peruzzi, Ferrara, Conte, Pessotto e Di Livio.

Da difensore, ha sempre basato tutto su aggressività e intensità per compensare un fisico non imponente; oggi il ruolo è cambiato, ma la personalità resta decisiva.

Tornato alla Juventus, ha lavorato con i giovani trasmettendo serietà, impegno e senso della maglia. Ha poi guidato la prima squadra dopo l’esonero di Allegri, ricordando la rimonta col Bologna da 0-3 a 3-3 e l’importanza dei rapporti umani, come nel caso Balotelli, affrontato con chiarezza e sincerità.

Infine, le esperienze all’estero, soprattutto negli Emirati, gli hanno insegnato che i valori solidi contano più delle differenze culturali e religiose.

(da diretta.it)

By staff
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