Quattro Moschettieri e un Marocchino, una passione che diventa poesia
Il calcio può essere molto più di una partita, di un risultato o di una maglia da indossare. Può diventare un modo per raccontare le persone, custodire ricordi e dare voce a legami che resistono al passare degli anni. È proprio da questa idea che nasce *Atalontani – Storie di tifosi fuori via*, il volume firmato da Leonardo Bloch, Stefano Colnaghi, Stefano Corsi e Pier Carlo Capozzi, con la partecipazione di Domenico Marocchino.
Tranne il "Marocco" è tutta gente che frequenta o ha frequentato in lungo e in largo il nostro sito, alcuni nati da esso, costituendone nel tempo la colonna portante per diversi anni
Il progetto raccoglie e sviluppa un percorso letterario iniziato con *Il Blu e il Nero*, pubblicato nel 2013. Allora erano tre gli autori pronti a intrecciare le proprie esperienze attraverso racconti dedicati al mondo nerazzurro. Oggi, come i tre moschettieri di Dumas, trovano il quarto, il loro D'Artagnan alias Pier Carlo Capozzi, che aggiunge un nuovo tassello a un lavoro fatto di passioni condivise e storie personali.
Il risultato è un insieme di racconti nei quali il tifo per l'Atalanta rappresenta il filo conduttore, senza essere necessariamente il protagonista assoluto. Attorno alla squadra si muovono amicizie, incontri, sentimenti, viaggi, ricordi e vicende quotidiane. Ci sono personaggi maschili e femminili, sogni che resistono nel tempo e destini che si incrociano in modo inatteso.
Tra le storie trova spazio anche Adriana, figura femminile centrale in un racconto che si muove tra sentimenti e passione sportiva. La sua vicenda porta il lettore fino in Puglia, dove il calcio diventa anche un'occasione per conquistare qualcuno e condividere un'appartenenza. Sullo sfondo scorre una lunga stagione nerazzurra, che attraversa generazioni e momenti indimenticabili: dalla Coppa Italia del 1963 fino alle emozioni europee del 2024.
Non mancano i ricordi personali e gli omaggi a persone care. La memoria di un amico scomparso, i viaggi, la musica, le fotografie e le esperienze vissute insieme si mescolano al racconto sportivo. Anche i riferimenti a figure storiche dell'Atalanta, come Stromberg, contribuiscono a ricostruire un mondo nel quale il passato continua a dialogare con il presente.
La scrittura dei quattro autori dà vita a un mosaico di esperienze diverse, unite dalla stessa appartenenza. Non si tratta soltanto di celebrare una squadra, ma di raccontare ciò che una passione può lasciare nella vita delle persone.
Aprire le pagine di questo libro è come farlo nei confronti di uno scrigno di gioielli tappezzato dal velluto blu e nero di un fuoco latente che solo atalantini veri come questi Moschettieri possono dimostrare
Il titolo richiama volutamente i celebri moschettieri di Dumas: qui, però, al posto delle avventure di cappa e spada, ci sono quelle di tifosi che hanno scelto di trasformare il loro amore per i colori nerazzurri in parole.
Perché si può essere lontani dallo stadio, dal campo e persino dalla propria città, ma non necessariamente dalla propria squadra. Ci sono passioni che non conoscono distanze e che continuano a farsi sentire, soprattutto quando diventano storie da condividere.




Tenetemi un posto in squadra
L’invito dei “Moschettieri”, in particolare di D’Artagnan, quattro amici di penna e forchetta che hanno dato vita a questo libro, curioso quanto gradevole, a descrivere il loro lavoro, mi ha gratificato e, al tempo stesso, mi ha intenerito il cuore. Non posso certo dimenticarmi di Bergamo e dei bergamaschi, città bellissima e gente vera, non solo laboriosa. Io ci capitai nel campionato ’78-’79, torneo ahimè sfortunato, seguendo lo stesso percorso di Bodini, Cabrini e Prandelli: si passava dalla Cremonese all’Atalanta per approdare poi alla Juventus. Personalmente fu un campionato difficoltoso, con una convalescenza dopo un’appendicite, il servizio di leva e la Nazionale Militare. Praticamente feci l’esordio in serie A alla fine dell’andata, anche discretamente devo ammettere, col mio primo gol a Vicenza al cospetto di Paolo Rossi. E non potrei mai dimenticare mister Titta Rota, perfetta incarnazione del bergamasco dalla scorza burbera e dall’ animo tenero. Lo ritrovo un po’ nel capitano dei carabinieri Carlo Ubbiali, il personaggio di Bloch che se è vero che è spinto perennemente altrove dal suo animo un po’ irrequieto è pur sempre profondamente legato alle proprie origini. Siccome la sua vicenda sentimentale lo lascia alfine tristemente da solo, vorrei far coraggio al suo autore, che opera Oltralpe nel Granducato, richiestissimo nel ramo della finanza, ricordandogli che la mia unica presenza in Nazionale, peraltro vittoriosa, fu a Napoli contro il Lussemburgo.
Il libro, quindi, si divide in quattro parti, con le storie di tifosi atalantini lontani, ma fedelissimi.
Come l’affascinante Adriana che Capozzi, ingentilendo il quartetto con una presenza femminile, pennella pescando nella memoria delle vacanze al mare di Lallo, suo alter ego e che, da appassionata del Bari, grazie all’insistenza affettuosa del suo amico sceso dal Nord, diventa atalantina ogni giorno di più. Qui le atmosfere di famiglia e l’esaltazione di quegli anni lontani con i suoi giacimenti gastronomici si fanno davvero intense.
Come le vicende di Rodrigo Diaz che Colnaghi, da profondo amante della Spagna e di tutto quello che ci gira intorno, descrive ambientandole nella cascina, a Pamplona, di un vecchio amico di suo padre, El Tio, ex calciatore dilettante, morto da una settimana. Lì Rodrigo scopre foto e ritagli di giornale che rimandano all’Atalanta e decide di portare con sé quel tesoro, unitamente al cane Ernesto, rimasto ormai senza padrone, per continuare, nel suo ricordo, a tifare per i nerazzurri. Geograficamente, quindi, i personaggi del libro hanno collocazioni ben distribuite: Ubbiali da Menaggio è finito in Sardegna, Adriana è rimasta nel suo quartiere (Libertà) a Bari, Rodrigo Diaz vive a Pamplona mentre il professor Caudano, da Jesi si è spostato a Murazzano, nelle Langhe. Elvio è insegnante come Corsi, il suo autore, e molte vicende, benché romanzate, hanno radici reali. S’era innamorato dell’Atalanta quand’era militare a Bergamo mentre ora vive un’esistenza morigerata in una vecchia casa concessagli in uso dal vescovo locale. Non sopportando un procedimento disciplinare ritenuto ingiusto, ha lasciato insegnamento e residenza marchigiana. S’aggrappa al tifo per i nerazzurri alla ricerca di uno sprazzo di serenità. Orbene, consapevole di non farmi gli affari miei, tento di suggerire a Corsi un indirizzo sicuro perché Caudano passi una serata più allegra. Il posto è l’”Osteria da Gemma”, nelle Langhe cuneesi pure lei, a Roddino. Bisogna prenotare con largo anticipo, ma ne vale la pena, parola di piemontese. “Tajarin al ragù”, “Carne cruda” spaziale e un calice di Barbaresco da far tornare il sorriso, a prezzi incredibili. Io ne so qualcosa: quando giocavo a Bologna, frequentavo la stessa osteria di Guccini e Bonvi, il fumettista, perché quelli erano i miei locali, cibo genuino e amici sinceri.
“Atalontani” è un libro da leggere, le pagine scorrono via che è un piacere, e da conservare. Magari da regalare. Al riguardo desidero essere considerato un Atalontano anch’io. Dalle risaie vercellesi. Onestamente, da commentatore televisivo, non dovrei, ma non lo diremo a nessuno. Resterà tra noi.
Domenico Marocchino
