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Un applauso agli sconfitti

Abitavo a Lovere, avevo 14 anni, andavo per i 15. Il calcio, a casa mia, non contava molto: a mio padre non interessava. Comunque giocavo (male) con gli amici nel cortile e facevo la collezione delle figurine Panini. Un giorno, chissà come, arrivò nelle mie mani una rivista. Si chiamava forse Forza Atalanta! o Tutto Atalanta… vai a sapere. In quegli anni le riviste erano come i siti internet oggi.

Lessi l’editoriale. Raccontava di una partita orgogliosa, vinta contro il Lanerossi Vicenza di un certo Paolo Rossi. Era l’ultima di campionato e prima della partita il Vicenza, quartultimo, ci sopravanzava in classifica di due punti. Il Bologna di uno, ma aveva una miglior differenza reti. Le vittorie valevano due punti. Le partite si giocavano tutte in contemporanea e i risultati si seguivano con le radioline all’orecchio. Il Bologna giocava in casa col Perugia, che quell’anno inseguiva un record: poteva essere la prima squadra a chiudere il campionato senza sconfitte. Verso la fine del primo tempo, la situazione era perfetta: Perugia avanti 2-0 a Bologna, e Atalanta in vantaggio 1-0. Atalanta salva; Vicenza e Bologna retrocesse. Poi l’Atalanta raddoppiò, ma come spesso accadeva in quei tempi, a Bologna si concretizzò un bel biscottone: 2-2 dei rossoblù e melina fino al 90’. L’Atalanta, pur vincendo 2-0 e condannando il Vicenza alla retrocessione, finì lo stesso a propria volta in serie B. Ricordo ancora le parole dell’editorialista che descriveva la scena in tribuna al fischio finale, tanto che potrei ardire a mettere le virgolette.

Il presidente Achille Bortolotti, nel suo abito grigio chiaro, elegantissimo, si alza dal suo posto, si volta verso la tribuna e allargando le braccia esclama un bergamaschissimo “pòta”.  In quel momento dalla tribuna, ancora sommersa dalla delusione, comincia a “rotolare giù” – sì, era proprio questa l’immagine – a rotolare giù un applauso, dapprima timido, poi sempre più scrosciante, che in un batter d’occhio si allarga e finisce per coinvolgere tutto lo stadio. Finché, nonostante una dolorosa retrocessione, una squadra che fino all’ultimo ce l’ha messa tutta viene festeggiata dal proprio pubblico come se avesse vinto.

È stato leggendo quel racconto che mi sono innamorato per sempre dell’Atalanta. Il pubblico di uno stadio che applaude la propria squadra sconfitta era un’immagine che la mia mente non aveva ancora messo a fuoco e che mi colpì dritta in mezzo al cuore. Dove rimase per sempre.

Rividi poi la stessa cosa altre volte, a Bergamo. Quella volta con il Malines, e poi ancora nell’anno della clamorosa (e incompleta) rimonta dell’Atalanta di Delio Rossi e del magico e improbabile goleador delle capriole Stephen Makinwa; e ancora all’Olimpico dopo la finale di coppa Italia persa a causa del mani di Bastos, quando dalle immagini dello stadio a fine partita sembrava che la curva dei vincitori fosse la nostra, tanto erano alti i cori e le bandiere dei venticinquemila atalantini a Roma. Il pubblico di Bergamo che si spella le mani per ringraziare chi ha saputo dare tutto per portare Bergamo e gli atalantini sui palcoscenici migliori, corrispondendo con l’impegno all’amore incondizionato della sua gente, continua ad attraversarmi il cuore e a riempirmi di un’emozione forte e bella, come se fosse la prova che esistono cose, su questa terra, che noi umani non siamo fatti per comprendere, ma solo per vivere.

Questa cosa l’ho rivissuta martedì sera. La curva che canta a squarciagola e lo stadio che applaude la squadra dopo il 6-1 subito in casa contro il Bayern di Monaco ha rinverdito in me, ancora una volta, la stessa irripetibile, inspiegabile emozione. Che no, davvero, non si può spiegare a chi non la capisce.

Guardando le immagini sgranate di qualche video sui social, però, ho visto quello che faceva un giovanotto in quel momento. Era il nostro capitano, Marten de Roon. Vagava stupito di fronte a quella curva in festa, davanti a tutti i suoi compagni, e rispondeva agli applausi dei tifosi, esitante e forse un po’ confuso tra la delusione per la sonante sconfitta e quegli applausi così festanti. A un certo punto, guardando quella curva, non ha resistito: ha preso la maglia nel punto dove c’è la dea e l’ha portata alla bocca per baciarla. Poi, forse intimidito da quell’emozione così forte, ha usato la maglietta per asciugarsi il viso da… dal sudore, o chissà, dalle lacrime, prima di invitare il resto della squadra ad avvicinarsi ancora di più, per raccogliere fino all’ultima goccia la consolazione di quel pubblico innamorato.
Allora ho avuto la certezza che non siamo soli. Che ce n’è di gente come noi. Che potremo trovarci tutti insieme a esultare per le più belle e grandi vittorie della nostra storia, ma anche uniti in un amore o in un sogno che vive al di là delle vittorie e delle sconfitte, e che per questo, in ogni caso, ha, da sempre, già vinto.


Francesco64

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