Una serata particolare
Ero passato da Javier, a Canals, sulle colline sopra Valencia.
Ci ero andato per congratularmi per la nascita del suo secondo genito, al quale ho portato la maglietta dell’Atalanta, che gli amici di Bergamo mi avevano fatto avere. E ci ero andato anche per salutare Esther, sua moglie, e Emma, la primogenita.
Contavo di ripartire in serata, per essere dal Tio il giorno dopo a vedere la partita.
Ma l’ospitalità, e l’amicizia, di Javier e la fideuà di Esther mi avevano convinto a trattenermi un paio di giorni e a vedere la partita con lui.
Javier ha il Valencia nel sangue, nell’anima e nello spirito. Ma da quando ci siamo conosciuti, ha un pezzo di cuore anche per l’Atalanta. Proprio perché ci siamo conosciuti nell’occasione in cui le due squadre si sono affrontate in Champions League.
Javier è un uomo di calcio. Ne capisce veramente. Per questo, sul divano davanti alla televisione, mi ha aperto una bottiglia di Cesillas, rosato delle colline alicantine. Sapeva fin dal principio che doveva lenire il mio probabile smarrimento con il miglior rosato della zona.
La partita aveva preso subito la piega che non desideravo, ma che lui aveva messo in conto.
Ma non ero arrabbiato. Non ero abbattuto. Forse ero solo un po’ deluso, perché si spera sempre che i miracoli possano avvenire in serie, come una catena di montaggio. Ma non è così.
Vuoi per il Cesillas eccezionale, vuoi per le empanadas magistrali, vuoi per la felicità di Emma che scorrazzava avanti e indietro con la maglietta dell’Atalanta che le regalai tre anni fa, arrivai al termine della partita con un animo non così abbattuto come avrebbe dovuto essere.
“Dai, noi ne avevamo presi otto da voi, che non siete il Bayern, in due partite.”
“Non so se essere contento…”
“Farei cambio con te. Perdere 1-6, ma giocarla la Champions, piuttosto che arrancare il fondo alla Liga e ricordare che l’ultima partita in Champions è stata a stadio chiuso, contro di voi.”
“Ho l’impressione che anche noi dovremmo aspettare un po’ prima di ritornarci.”
“Non credo. Dici così perché sei un tifoso. E ti capisco. Io, che vi vedo da fuori, penso che sarete sempre lì a giocarvelo, un posto in Champions.”
A fine partita, mi chiese di dormire ancora da lui, ma sapeva bene che avevo bisogno di guidare per assorbire la sconfitta.
Lasciai la sua casa che era ormai mezzanotte. Sarei arrivato dal Tio ad alba già inoltrata.
Guidai nel buio di una notte fresca. Con mezzo finestrino abbassato. Per aiutarmi a smaltire il Casillas. Per aiutarmi a scordare la sconfitta. Per aiutarmi a pensare alla mia vita e ai miei capelli ormai bianchi. Per aiutarmi a ricordare cos’è l’Atalanta per me.
Quando entrai nel cortile della cascina del Tio, il cane Ernesto mi guidò fino al punto dove lasciare l’auto.
El Tio era seduto sulla panchina ad aspettarmi, con il basco nero in testa.
Era già stato da Prudencio, il panettiere, a prendere il pane fresco.
Mi fece entrare in casa.
Sul fuoco c’era il caffè, che aveva già riempito la cucina con il suo profumo sincero, salutare, convincente e rigenerante. Sul tavolo il pane fresco, il burro, il formaggio e l’orujo de hierbas.
Versò il caffè bollente nelle tazze.
“Su, dai, che sabato c’è l’Inter.”
