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03/10/2026 | 16.30
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Uno spettacolare Meneimpippo

 Simpatico pezzi di Luigi Garlando sulla Gazza dedicato ad un nostro ex, uno spirito libero, liberissimo, che risponde al nome di Juan Cuadrado


Garlando scrive che Juan Cuadrado non è mai stato molto bravo a stare al suo posto. Non in campo, dove per anni ha occupato praticamente tutta la fascia destra, e nemmeno dentro le geografie sentimentali del calcio, quelle che impongono di sapere sempre da che parte stare. Anzi, a giudicare dalla sua carriera, sembra aver fatto di tutto per dimostrare il contrario: che un calciatore può cambiare maglia senza cambiare pelle, e soprattutto senza chiedere permesso alle rivalità.

È questa, forse, la vera specialità del Panita. Non il dribbling, non la salsa choke, non i balletti dopo i gol. La libertà.

Quando arriva alla Juventus, porta con sé l’etichetta scomoda dell’ex Fiorentina. Non proprio il curriculum ideale per essere accolto a braccia aperte dalla Signora. Ma Cuadrado fa quello che gli riesce meglio: corre, dribbla, provoca, sorride. E alla fine trasforma i fischi in applausi e le diffidenze in otto stagioni e undici trofei. Diventa uno di casa.

Poi, però, arriva il capolavoro.

L’Inter.

Per un tifoso juventino non è semplicemente un’altra squadra. È quella che non si nomina volentieri. Per un interista, invece, Cuadrado è proprio quello che aveva passato anni dall’altra parte. Un giocatore, insomma, perfettamente attrezzato per essere indigesto a tutti.

E lui non fa nulla per rendersi più digeribile.

Prima il famoso episodio del rigore con Perisic, poi il trasferimento, poi le esultanze, poi quel «Chi non salta è juventino» che a Torino non deve aver migliorato il suo curriculum diplomatico. Cuadrado riesce così nell'impresa più difficile: essere contestato contemporaneamente da due tifoserie che, quando serve, trovano comunque il modo di mettersi d’accordo.

Ma forse è proprio qui che sta il punto.

Cuadrado non sembra aver mai giocato davvero dentro le rivalità degli altri. Le ha attraversate. Le ha prese, qualche volta alimentate, spesso aggirate con un sorriso. Come se il calcio, per lui, fosse soprattutto un territorio da esplorare e non una frontiera da difendere.

Dopo le parentesi di Bergamo e Pisa dove, obbiettivamente, si guadagna la pagnotta e si fa rispettare dai tifosi, arriva il finale perfetto.

Dopo diciassette anni torna in Colombia e sceglie i Millonarios di Bogotá, rivali dell’Independiente Medellín, proprio la squadra del suo trampolino giovanile. A Medellín gli preparano l’accoglienza che ci si aspetta per uno che ha appena attraversato un’altra linea nemica: «Giuda il traditore». Fischi per tutti i 57 minuti.

A quel punto si potrebbe pensare che Cuadrado abbia passato una carriera intera a scegliere la squadra sbagliata.

Oppure, molto più semplicemente, che abbia sempre scelto la propria.

È questa la parte divertente della storia: mentre i tifosi costruivano muri, Cuadrado continuava a passarci attraverso. Mentre gli altri custodivano le appartenenze, lui cambiava maglia. Mentre le rivalità pretendevano fedeltà eterna, lui faceva il contrario: correva dall’altra parte e poi tornava a sorridere.

E alla fine, curiosamente, ha avuto ragione lui.

Perché le maglie passano, le rivalità restano, i fischi pure. Ma Cuadrado, nel frattempo, si è preso trofei, applausi, qualche insulto e una carriera costruita proprio sull’essere impossibile da incasellare.

Uno spirito libero, insomma.

Che ha avuto un talento particolare: riuscire a diventare il nemico di tutti senza smettere di essere l’amico di qualcuno.

Adesso ha 38 anni e il problema è diventato un altro.

Non trovare una nuova squadra.

Trovare qualcuno che abbia ancora voglia di fischiarlo.


By staff
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