Vardy e non ripassi
Le parole di Jamie Vardy ieri su gazzetta.it fanno riflettere e raccontano, almeno in parte, uno dei motivi per cui il calcio italiano fatica a tenere il passo dei principali campionati europei.
L'attaccante inglese ha descritto una Serie A più lenta e molto orientata alla fase difensiva rispetto alla Premier League, un calcio in cui spesso l'attenzione è rivolta prima a non subire gol che a imporre il proprio gioco.
Vardy ha inoltre criticato il metodo di allenamento trovato in Italia, sostenendo che gran parte del lavoro fosse basato sulla corsa e che spesso si arrivasse alle partite con poche energie. Ha anche raccontato di essersi stupito quando, dopo una vittoria ottenuta con un giorno di riposo in più, la squadra sia tornata immediatamente alle consuete sedute quotidiane, senza modificare un approccio che aveva dato risultati positivi.
Ha inoltre raccontato di essersi non trovato particolarmente bene con lo stile di vita e le abitudini italiane e ha rispedito i figli e la moglie in Inghilterra addirittura prima della fine del campionato confermando un trend che vede i giocatori britannici un po' a disagio da noi e viceversa.
Le sue osservazioni possono essere lette come il segnale di una certa difficoltà ad aggiornare abitudini e metodi di lavoro. Se nei campionati più competitivi si cerca continuamente di adattarsi e innovare, in Italia sembra talvolta prevalere la tendenza a seguire schemi consolidati anche quando l'esperienza suggerirebbe di provare strade diverse.
Naturalmente quello di Vardy è il punto di vista di un singolo giocatore e non basta a spiegare da solo il momento del calcio italiano. Tuttavia le sue parole esprimono un certo rammarico: la sensazione di aver trovato un ambiente meno dinamico e meno aperto al cambiamento rispetto a quello a cui era abituato. Ed è proprio questo il passaggio più interessante della sua esperienza.
|
Fonte originale |
- gazzetta.it |
|
|
Ultimo aggiornamento |
data e ora sopra il titolo |
