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"Davanti all’Atalanta perdo il fair play"

Il Corriere della Sera ha pubblicato una lunga intervista a Franco Locatelli, eccellenza mondiale nell'ambito dell'oncologia infantile. E' risaputo che sia Atalantino. Ecco il pezzo


Franco Locatelli: «Non ho mai fatto pagare una visita. In studio ho le foto dei bimbi guariti che mi spediscono i loro genitori. Davanti all’Atalanta perdo il fair play»


L'oncoematologo pediatrico, presidente del Consiglio superiore di sanità: «Quando iniziai, il più comune cancro in pediatria si curava nella metà dei casi, oggi siamo al 90%»

Professor Franco Locatelli, lei è come la vediamo in televisione, compassato, tutto d’un pezzo, mai polemico?
«Sì, sono così. Non amo i comportamenti sopra le righe e la supponenza».

Ci saranno momenti in cui esce fuori la sua vera natura.
«Certamente. Per esempio, quando seguo una partita della mia squadra, l’Atalanta, sono un po’ meno controllato, un po’ meno Locatelli».

Sciarpa nerazzurra al collo, in piedi se non condivide la decisione dell’arbitro?
«Niente sciarpa al collo, ma certo non distaccato e impassibile. Qualche improperio mi scappa, ogni tanto. Non si può pretendere di più da un bergamasco cresciuto con questa squadra nel cuore».

Lei è uno dei maggiori scienziati italiani al mondo, il numero uno nel campo delle leucemie e dei tumori del sangue in pediatria. Il suo «h index», l’indicatore che misura il reale livello di un ricercatore, è 133, molto alto. Neppure quando si presenta ai congressi internazionali si dà arie da numero uno?

«È vero, ho un’elevata produzione scientifica. Però questo non ha mai rappresentato un motivo per mostrare arroganza. Sono contento di confrontarmi con i colleghi, specie se giovani. La scienza è collaborazione, non dovrebbe avere conflitti. Un sano spirito di concorrenza è fisiologico. I successi degli altri, oltre che da apprezzare, sono stimolo a fare meglio».

Perché ha scelto l’ematologia, una delle specializzazioni dalle minori prospettive di guadagno?
«Il mio non è un lavoro redditizio, mai fatta attività libero professionale, mai fatto pagare una visita, non ho mai pensato a questo risvolto. Mi sento fortunato. Non c’è mattino in cui non vada contento in ospedale. Riannodare il filo di una vita che sta per spezzarsi mi riempie di gioia. Il guadagno sta qui, nella gratificazione umana».

Come ha cominciato?
«Dopo la laurea a Pavia, ho frequentato il reparto di terapia intensiva neonatale, quindi fin da subito mi sono trovato a occuparmi dei più fragili. Poi sono passato in oncoematologia dove allora c’era il professor Roberto Burgio e sono rimasto folgorato».

Da cosa?
«È un campo che offre continui stimoli, non si finisce mai di imparare. Tante sfide, continua evoluzione di approcci di diagnosi e terapia. Quando ho cominciato, le uniche cure per i tumori pediatrici erano chemio, chirurgia e radio. Oggi possiamo contare su trattamenti mirati dal punto di vista molecolare, sulla terapia con cellule CAR-T e su approcci di terapia genica per le malattie ereditarie, come la talassemia».

Un percorso entusiasmante.
«Negli anni 80 la leucemia linfoblastica acuta, il più frequente tipo di cancro in pediatria, era curabile in appena la metà dei casi. Oggi siamo al 90%. La leucemia acuta promielocitica, quella per cui è morto Carlo Acutis, viene curata nel 98% dei casi senza dover ricorrere a un solo milligrammo di chemioterapia».

Ci parli delle CAR T, di cui lei è il massimo esperto al mondo.
«Sono cellule del sistema immunitario che, una volta modificate in laboratorio, permettono ai linfociti, cioè ai nostri difensori nel sangue, di aggredire il bersaglio responsabile della malattia».

Bergamo è la sua città.
«La amo moltissimo, ci torno una volta al mese a trovare mia sorella e gli amici. Sono però cresciuto sul lago d’Iseo con gli zii. Papà era pediatria di famiglia, mamma lavorava con lui e non avevano tempo di seguirmi. A me non sembrava vero di avere quattro genitori, tanto più che frequentavo le elementari dove insegnava mio zio. Non avrei mai voluto andare via. Bergamo è la città del cuore assieme a Roma. Però il luogo della felicità è il mare della Sardegna».

Dopo Pavia è passato al Bambino Gesù, il primo ospedale pediatrico italiano.
«Era il 1 febbraio 2010, mi propose di trasferirmi l’allora presidente, Giuseppe Profiti. L’obiettivo era creare un grande centro di oncoematologia che abbiamo costruito con tanti miei collaboratori di Pavia. Ora siamo fra i primi poli al mondo per cure e investimenti in ricerca. Una sfida che abbiamo vinto, credo di poterlo affermare senza peccare di supponenza».

Vengono in Italia a curarsi dall’estero?
«Da Francia, Germania, Giappone e Stati Uniti. Accogliamo bimbi provenienti dalle zone meno fortunate, a cominciare da quelle di guerra».

Che rapporto ha con loro?
«Mi chiamano Franco. Le pareti del mio studio in ospedale sono rivestite delle foto donate dai loro genitori, una volta che escono di qui, guariti. Ricevo messaggi meravigliosi anche dai genitori di chi non ce l’ha fatta. Un balsamo per le ferite del medico che non è riuscito a salvarli. Il dolore fa parte di questo lavoro, non ci si abitua mai».

Una storia che ama raccontare.
«Quella di un bimbo francese, curato a Roma con le CAR T. Guarito, è tornato a casa. Ha compiuto 12 anni. Abbiamo due passioni in comune, raccogliere funghi e il calcio. Per Pasqua mi ha spedito due foto. La prima accanto a un cesto di porcini grandi da fare invidia. La seconda sullo sfondo dello stadio del Marsiglia in campo contro l’Atalanta. E una dedica: prof, una piccola parte di me tiferà per la sua squadra».


I giornali hanno dato ampio risalto alla storia di Alex Montresor, italiano che vive a Londra. I suoi colleghi inglesi glielo hanno inviato nel 2018 per tentare un trapianto di staminali prelevate dal papà.
«Ha 8 anni, adesso. Non c’era un donatore compatibile. Lo vedrò a maggio per il controllo annuale. È meraviglioso vederlo crescere».

Come si svolge la sua giornata tipo?
«Alle 8.30 arrivo in ospedale. Le visite in reparto sono i momenti più intensi, non ci rinuncerei mai per tutto l’oro del mondo. Torno a casa non prima delle 20».

Oltre al mare, quali sono le sue passioni?
«Il cinema al primo posto. Film preferito C’era una volta in America. Quest’anno mi è piaciuto enormemente La vita va così, con Virginia Raffaele. Mi sono emozionato. La figura del pastore sardo, fiero e dignitoso, che non cede alle ricche proposte per lasciare la sua terra, resta nel cuore».

La sera esce?
«Con mia moglie, insegnante di scuola ai bambini ricoverati, amiamo andare a cena fuori per mangiare del buon pesce assieme agli amici che Roma mi ha regalato».

Come presidente della commissione tecnico-scientifica per la gestione della pandemia, ha vissuto in prima linea gli anni del Covid prendendo decisioni non facili, a volte in assenza di dati. Lo rifarebbe?
«Sì, non ho dubbi. Ho avuto il privilegio di servire il Paese. Mesi di pressioni e responsabilità. La mia Bergamo è stata la città più colpita. L’immagine dei camion militari che portano via le vittime è indelebile, ha artigliato le coscienze. Non solo la mia, ma di tutti gli italiani».

I tumori del sangue possono essere prevenuti?
«La maggior parte non ha fattori ambientali che possano favorirne lo sviluppo. Quindi la risposta è no».

Le malattie del sangue si scoprono a volte per caso. Come coglierle sul nascere?
«Valorizzando sintomi come dolori ossei, febbricola, stanchezza, calo di peso, sanguinamenti. Se ci sono sospetti rivolgersi al medico».

Quali sono le frontiere da superare?
«Estendere a malattie non oncologiche, come quelle autoimmuni, i campi di applicazione delle CAR T. È la sfida su cui sto investendo più energia. Poi si apre il grande spazio della terapia genica e dell’editing genomico che permette di modificare il Dna con estrema precisione».

Nel suo intimo c’è spazio per l’invidia?
«Sì, invidio i colleghi giovani che avranno la fortuna di vivere anni sempre più entusiasmanti, costellati di nuove conquiste. Non dimentichiamoci mai di tutelare il servizio sanitario nazionale che permette a tutti di ricevere cure gratuite».



Fonte originale

- corriere.it

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