25/05/2026 | 22.30
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L'intervista integrale di DeRoon su Sportweek

Ve l'abbiamo ampiamente anticipata ma quanto segue è l'intervista parola per parola comparsa sabato sul settimanale della Gazzetta dS. Consigliamo la lettura


Grazie per l'intervista, Marten.

«Grazie a lei».

Mi dai del "lei"? Va bene l'età, però…

«È una questione di rispetto».

Rispetto. Ecco la parolina che, sommata ad altre che scoprirete da qui a poco, fa di Marten de Roon ciò che è: il giocatore con più presenze, 444, nella storia dell'Atalanta di cui è capitano e un uomo a tal punto amato e integrato a Bergamo (è arrivato nel 2015 e vi risiede stabilmente dal 2017) da diventarne cittadino benemerito. A conclusione dell'ennesimo campionato tutto sostanza e autorità, e alla vigilia di un Mondiale che potrebbe rivederlo tra i protagonisti, il trentacinquenne olandese riavvolge (in ottimo italiano) il filo di un rapporto, con una squadra e una città, che ha pochissimi eguali nel calcio mordi e fuggi di oggi.

Bergamo in una parola sola.
«Lavoro».

Il giorno del tuo arrivo.
«Arrivando dall'autostrada, la prima cosa che noti sono le mura di Città Alta. È qualcosa che ti prende subito ed è proprio quello che, secondo me, rappresenta meglio Bergamo. La città bassa ha un'architettura molto moderna, non è così diversa rispetto a un centro olandese, però quando inizi a salire ti si apre un altro mondo. La prima volta rimasi senza parole davanti a questa meraviglia».

Conoscevi Bergamo?
«Proprio no. L'avevo cercata su Google. E neanche ero mai stato in Italia. Arrivai che c'era un bel sole caldo. Pensai: sembra di essere in vacanza. E ancora adesso, con mia moglie, ci diciamo che stare qui è come una vacanza. Siamo cresciuti in Olanda, con un clima e un cibo diversi, qui ci piace andare a prendere le bimbe a scuola e mangiare un gelato seduti su una panchina di Città Alta».

Il primo ricordo forte che ti lega a Bergamo?
«Una sera i miei compagni di squadra mi presentano un gruppo di ragazzi; uno di loro, sudato e con gli zoccoli ai piedi, mi stampa un bacio in bocca. Poco dopo mi ritrovo in un cestello e, sopra quello, mi fanno attraversare un piazzale in mezzo a diecimila persone in delirio. Mi chiesi dove fossi finito».

In quale zona abiti?
«Da un paio d'anni, appena fuori Bergamo. C'è tanto verde e tutti girano in bici. Sembra un quartiere olandese».

Quando hai capito che Bergamo sarebbe stata la tua città per sempre?
«È difficile pensare a un momento preciso: sono stato subito accolto bene. Però, quando sono tornato dopo una stagione in Inghilterra e abbiamo trasferito le ragazze dalla scuola internazionale a quella italiana, ci siamo resi conto che lo facevamo perché qui ci sentivamo a casa. Del resto, le mie due figlie più piccole sono nate qui e la grande è arrivata a 3 anni. Mia moglie ed io vogliamo che imparino la cultura italiana. E noi stessi dobbiamo penetrare sempre più il vostro modo di essere e di pensare, per non restare ai margini».

Le tue figlie parlano il dialetto?
«Quello no, ma certamente hanno l'accento bergamasco».

E tu?
«Sto imparando, però so che la stegnat è la pentola dove si prepara la polenta».

L'educazione impartita alle bambine è all'olandese o all'italiana?
«Wow! Diciamo che è un mix… All'inizio abbiamo provato con quella olandese, che prevede la cena alle sei e mezza e la nanna alle otto al massimo, poi abbiamo dovuto ripiegare sull'educazione di stampo italiano, perché la più grande, che ormai ha 13 anni, prima delle undici non vuol saperne di andare a letto. Altra cosa: in Olanda non esiste la merenda di metà pomeriggio, al massimo una caramella dopo la scuola. Le mie figlie invece chiedono di mangiare ogni pomeriggio, e guai se dici di no».

Come sono i bergamaschi?
«Grandi lavoratori. Sto rifacendo il giardino di casa mia: i giardinieri arrivano alle sette e mezza precise del mattino e non staccano fino alle diciotto, in mezzo giusto mezz'ora di pausa. Qui la gente ha la mentalità di quelli che non mollano mai, il mola mia che è un po' il loro motto. Ai tifosi, più ancora delle vittorie, importa vedere la maglia sudata. E non è vero che i bergamaschi sono freddi: all'inizio ti prendono le misure, ma poi ti danno il cuore».

C'è una cosa a cui non ti sei abituato?
«Le infrastrutture, nel senso che scarseggiano. I parcheggi, per esempio. Ma ho imparato che, se metto le quattro frecce, posso fermare l'auto dove voglio. E poi l'orario degli appuntamenti: se in Olanda fissiamo le cinque del pomeriggio, arrivo un quarto d'ora prima. Qui arrivate un quarto d'ora dopo».

I tuoi luoghi del cuore a Bergamo.
«Piazza Vecchia e le Mura di Città Alta. San Vigilio, dove arrivi con la funicolare. Mi piace mangiare da Cece e Simo».

L'immagine più forte della festa per il record di presenze con l'Atalanta, stabilito nella partita contro il Verona?
«La scenografia che mi preparò la Curva Sud: campeggiava la mia immagine e sotto un lenzuolo con suscritto: Prima uomini, poi campioni. Quando l'ho visto mi son salite le lacrime, poi mi sono detto: devi giocare, asciugale».

Come hai conquistato i bergamaschi?
«Con la semplicità, così vicina alla loro mentalità pratica. Io mi sento una persona normale, ogni tanto quasi mi sembra di non essere un calciatore. C'è troppa distanza tra i giocatori e i tifosi, e possiamo accorciarla. Alla fine, siamo tutti uguali. Forse io ho un pochino più di talento nel giocare calcio, ma certamente un bergamasco ha più talento di me nel mettere le piastrelle».

Ti fermano per strada?
«Sì, ma sempre con rispetto, più per una parola di affetto che per una foto. In Olanda è difficile che qualcuno si avvicini; in Italia, la gente ci tiene a far sentire il suo affetto».

Pensavi di diventare capitano?
«Ho giocato quasi sempre. Quando ancora il capitano era Toloi, se mancava lui la fascia toccava a me. Mi sono sempre sentito uno dei leader, quindi l'investitura è stata una cosa naturale».

E in che modo interpreti il ruolo?
«Non sono uno che mena o parla tanto. Anche quando rimprovero un compagno, lo faccio cercando di essere positivo: "Tu non devi sbagliare perché sei forte e puoi fare molto meglio di così". Per il resto, cerco di dare l'esempio nel lavoro quotidiano. Gasperini ci ha insegnato che, se lavori ogni giorno al massimo, hai tanto margine di crescita».

È l'insegnamento più importante che il vostro ex allenatore vi ha lasciato?
«Sì: se lavori forte nessun traguardo ti è vietato. Gasperini ti fa stare bene, di testa e di gambe, e te ne accorgi in partita, quando riesci a spingere non per 50-60 minuti, ma per 90. Ci ha cambiato mentalità, convincendoci di essere capaci di segnare tanti gol e vincere su ogni campo. Ci ha insegnato a non avere paura».

Ha davvero un carattere così terribile?
«Mah, io non l'ho mai visto sotto questo aspetto. Sulla nostra vita fuori dal campo non ci ha mai chiesto oppure vietato qualcosa. È vero che dice le cose in maniera forte, ma nove volte su dieci ha ragione e, quando prende di petto un giocatore, lo fa per stimolarne la reazione. A me, se uno mi sgrida però poi mi porta in Champions, gli dico: per favore, sgridami ogni giorno. Gasperini mi ha reso un giocatore migliore».

E il tuo tecnico di oggi, Palladino?
«Bravissimo. Ha portato tanto entusiasmo dopo un periodo difficile. È molto giovane, lui e il suo staff, ci insegna cose diverse rispetto a prima. Comunica tantissimo, si confronta con noi calciatori sulla tattica, prepara benissimo le partite perché sa tutto delle altre squadre».

I tre compagni di sempre che porteresti con te in campo e in vacanza.
«Djimsiti, con cui ci frequentiamo anche fuori. Freuler, oggi al Bologna. Koopmeiners, quattro anni insieme a Bergamo e insieme l'anno scorso in vacanza. Pasalic, col quale basta uno sguardo per intendersi».

Il più divertente?
«Muriel».

Quello che veste meglio?
«Zappacosta».

Il più forte?
«Ilicic. Creava dieci occasioni a partita, gli davi la palla e stavi tranquillo».

La partita indimenticabile?

«Contro il Sassuolo a Reggio Emilia: ci diede la prima qualificazione alla Champions. Poi la vittoria contro lo Shakhtar a Cardiff, grazie alla quale passammo ai sedicesimi di Champions dopo che nelle prime quattro partite del girone avevamo raccolto un solo punto. Infine, il 3-0 sul Liverpool in casa loro. Nello spogliatoio si respirava quella felicità che ti rimane dentro per sempre».

La partita che vorresti rigiocare?
«Quella che non ho giocato perché infortunato: la finale di Europa League vinta sul Leverkusen».

Il futuro?
«Sto accarezzando l'idea di diventare allenatore. Ne ho parlato con Gasperini e Palladino, leggo libri di coaching… Mi stuzzica aiutare i giovani a crescere, ma anche di gestire una squadra».

Come si risolleva il calcio italiano?
«I talenti hanno poche opportunità. Quando sono arrivato avevo 24 anni e per voi ero giovane; in Olanda a quell'età sei vecchio, in Eredivisie sei in campo a 18. Bisogna dare ai ragazzi l'opportunità di giocare, anche a rischio di perdere la partita. Almeno fino ai 14-15 anni, non bisogna insegnare tattica di squadra e pensare al risultato. I nostri Malen e Noa Lang giocano senza paura. Nelle due partite di playoff per il Mondiale, i giocatori della vostra Nazionale sembrava che invece avessero paura di puntare l'uomo. Il migliore è stato Palestra, perché non aveva niente da perdere. Infine: Baggio, Maldini, Del Piero, non possono stare fuori dal calcio. Devono poter incidere con le loro idee».

Marten, ma a Brescia sei mai stato?
(ride) «Non sono mai stato in città, ma Ricarda ed io ci siamo sposati in un albergo della provincia, a Erbusco».

Ma i bergamaschi lo sanno?
«Lo sanno, lo sanno».

Per i pochissimi ignari della cosa, tra bergamaschi e bresciani c'è la stessa rivalità che correva tra guelfi e ghibellini.

Fonte originale

- Sportweek, Gazzetta DS

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