Lettera al sito: Anatomia della sessione di mercato

Abbiamo ricevuto questa email dal nostro lettore "Baloo" che ringraziamo
Il malumore che ha accompagnato l'estate nerazzurra, leggibile nei commenti a
questo sito come in qualunque altro luogo dove si discuta di Atalanta, poggia
su una percezione precisa: poche entrate, obiettivi mancati, una società
apparentemente immobile mentre altrove si costruiva. Ora che la sessione si è
chiusa conviene sottoporre quella percezione a una verifica ordinata,
sostituendo al giudizio sul singolo colpo, che è il modo in cui tutti abbiamo
seguito il mercato giorno per giorno, una lettura dell'intera
sequenza.
La sessione si puo' dividere in quattro fasi. L'ordine
è cronologico solo in senso approssimativo: nella pratica si sono sovrapposte,
e più di una trattativa era già iniziata all'interno della fase
precedente.
Prima fase: le cessioni programmate e il
regista
L'estate si apre con due partenze già impostate,
Palestra ed Ederson. Che entrambi ne fossero al corrente da mesi è stato
evidente a chiunque abbia osservato con un minimo di attenzione l'ultima
stagione.
Ne parte uno solo. Palestra al Chelsea, con una delle
plusvalenze più alte mai registrate da questo club. Ederson resta perché in
Inghilterra non supera le visite, e nel giro di pochi giorni società e
giocatore si ritrovano con un contratto in scadenza ravvicinata e un mercato
che si è chiuso attorno a loro. Il rinnovo lungo che ne consegue non è una
scelta, è l'unica opzione rimasta sul tavolo.
Resta il fatto che quel
rinnovo dice qualcosa. Legare fino al 2031 un giocatore appena respinto da un
esame medico significa che a Zingonia quel ginocchio lo ritengono integro e
che sono disposti ad assumersene il rischio per cinque anni. Merito della
società per la rapidità e merito del giocatore per aver accettato, ma nessuno
dei due disponeva di alternative.
Parallelamente si chiude
Gaetano. Una trattativa lunga e però mai realmente in discussione, conclusa
più o meno sulla cifra da cui l'Atalanta era partita, mentre il Cagliari era
partito assai più in alto. È il profilo che Sarri aveva richiesto per la
casella che il nuovo assetto lasciava scoperta.
Voto: 5 su 5. Non
per l'esito, dal momento che quarantacinque milioni e un mese di lavoro sono
andati perduti, ma per la condotta. Il pezzo pregiato collocato al massimo
prezzo, il rinforzo richiesto dall'allenatore acquistato alle proprie
condizioni dopo settimane di resistenza, e un incidente serio gestito
nell'unico modo che ne contenesse le
conseguenze.
Seconda fase: tre obiettivi, tre
rifiuti altrui
Esaurite le operazioni programmate,
l'Atalanta si mette a caccia delle occasioni che potevano concretizzarsi in
tempi brevi. Jashari, Alajbegović, Gila. È la fase che ha prodotto più
amarezza, ed è anche quella in cui conviene individuare con precisione il
punto di rottura di ciascuna trattativa, perché in tutti e tre i casi si trova
dall'altra parte del tavolo.
Su Jashari non ha deciso il
giocatore ma il Milan, che dopo il cambio di allenatore ha rivisto la propria
disponibilità a cederlo. Su Alajbegović l'intesa con l'entourage era acquisita
e l'offerta era salita a ventisei milioni, cifra che il Leverkusen non ha
ritenuto sufficiente. Su Gila l'accordo con la Lazio esisteva già ed è
naufragato sull'ingaggio, perché quanto il Milan poteva riconoscere al
giocatore a Bergamo non è riconoscibile, con l'aggravante di una destinazione
che al difensore non risultava particolarmente attraente.
Tre
vicende distinte, accomunate da un dato: l'Atalanta non è mai rimasta ferma, e
in due casi su tre aveva già metà dell'operazione
perfezionata.
Voto: 3 su 5. È un voto al risultato, e il
risultato è nullo. Sufficienza e non insufficienza, però, perché il tentativo
è stato fatto ogni volta con offerte concrete, e perché i due limiti che la
società ha rifiutato di oltrepassare erano quelli corretti: la richiesta
tedesca per un ragazzo mai visto in Italia e una deroga al tetto salariale per
un difensore. Chi pretendeva quei giocatori a quelle condizioni non stava
reclamando un mercato migliore, stava reclamando un'altra
società.
Terza fase: alleggerire e
ricucire
Con l'avvio del ritiro comincia lo sfoltimento.
Touré, Maldini, Bakker fuori rosa. Kamaldeen si sottrae al mercato da sé
infortunandosi, e nel farlo apre una falla destinata a riaprirsi più
avanti.
Le uscite non sono definitive, ma neppure prestiti
secchi: i riscatti ci sono, subordinati a condizioni. Il rammarico legittimo
riguarda il differimento, perché l'incasso effettivo dipenderà da come
andranno a finire le stagioni di Parma e Cagliari.
Poi Djimsiti
porta in società l'offerta araba, l'ultimo contratto importante della sua
carriera, e l'Atalanta non si oppone. Nell'arco di una settimana arriva
Kristensen. Non sarà un fenomeno e a quattro non ha mai giocato, ma a quattro
non aveva mai giocato nemmeno Djimsiti, con quasi dieci anni in più sulle
spalle. Nel nuovo impianto entrambi avrebbero dovuto imparare un mestiere
diverso, e uno dei due ha ventiquattro anni.
Voto: 4 su 5.
Giuntoli ha fatto ciò che andava fatto: collocare gli esuberi ricavandone il
possibile e ricucire in pochi giorni una lacuna apertasi senza preavviso. Il
quinto voto viene meno per la natura sospesa di quelle uscite, che restano
appese a risultati altrui.
Quarta fase: dieci giorni
che riscrivono il giudizio
L'ultima fase è quella che ha
rovesciato la percezione dell'intera sessione, e si è consumata in dieci
giorni. Contiene due movimenti opposti, che vale la pena tenere distinti
perché obbediscono a logiche opposte.
Il primo è quello
dell'occasione. Elmas definito in pochi giorni senza che ne fosse trapelata
una riga. Kessié allo stesso modo: a giugno un'ipotesi da conversazione
oziosa, nell'ultima settimana un fatto compiuto. Se ne ricava che certi
profili si liberano soltanto alla fine, e che attendere, per quanto possa
apparire assurdo o controproducente, in molti casi è la condotta migliore.
Certo, l'attesa paga a condizione di avere liquidità disponibile e una lista
già istruita. L'Atalanta a fine agosto disponeva di entrambe, ed è la ragione
per cui ha potuto muoversi in quarantotto ore. Chi arriva agli ultimi giorni
privo di mezzi non conclude Kessié a parametro zero, si accontenta di ciò che
resta.
Il secondo movimento è di segno contrario. Rowe è
l'acquisto più oneroso nella storia del club ed è il colpo necessario a
completare la rosa su un livello alto. Che mancasse un esterno lo si sapeva da
giugno, e che lo si sia pagato caro è probabile. Resta il fatto che è l'unico
acquisto non in saldo dell'intera estate, il che rende poco sensato
lamentarsene.
Ciò che non arriva è un difensore. Romagnoli
attendeva il Qatar, Cabal ha temporeggiato fino a restare dov'era. A quel
punto l'Atalanta ha stabilito che, non potendo acquistare un difensore
decisivo o di prospettiva, tanto valeva trattenere un giovane come Obrić, che
Sarri mostra di apprezzare. Scelta difendibile, ma non priva di conseguenze:
in difesa sono usciti in tre, due obiettivi su due sono sfumati, e sia Hien
sia Kristensen accusano problemi fisici. Il reparto non dispone di alcun
margine.
Fra le uscite, due hanno fatto discutere più delle
altre. Ahanor dispiace perché se ne va un ragazzo, ma era una cessione decisa
nel momento stesso in cui gli si è fatto firmare un triennale anziché un
contratto lungo, ed è esattamente quella durata breve a rendere la plusvalenza
così consistente. De Roon è una delusione difficile da commentare. La versione
della società, secondo cui è stato il giocatore a chiedere di partire, è quasi
certamente veritiera; il punto discutibile la precede, perché era già uscito
dalle rotazioni e l'arrivo di Kessié gli ha chiuso l'ultima porta. In entrambi
i casi lasciano un vuoto affettivo, non un vuoto tecnico.
Se ne
vanno anche Ibrahim Sulemana, che merita di giocare, e Bakker, la cui
rescissione consensuale libera entrambe le parti da una parentesi
sfortunata.
Voto: 4 su 5. Centrocampo e attacco escono rafforzati
in modo sostanziale. Il quinto voto lo sottrae la difesa, dove si è tentato
due volte e si è mancato due volte, e dove la copertura è ormai appesa alla
tenuta fisica di pochi. Che Obrić si riveli un altro Ruggeri, un altro
Bernasconi, un altro Scalvini è un auspicio, non una
programmazione.
Conclusione
Considerata
per intero, questa sessione è stata condotta secondo un disegno riconoscibile,
con professionalità e senza colpi di testa. Dove si sono aperte occasioni sono
state colte, e rapidamente. Dove sono emersi problemi sono stati risolti. E
dove occorreva rifiutare, si è rifiutato. Quando l'Atalanta non acquista un
giocatore non è perché manchino i mezzi, è perché intervengono circostanze che
non dipendono da lei.
Voto finale: 4 su 5. Alla luce di come si è
svolto questo mercato, accusare la società, e in particolare Luca Percassi e
Cristiano Giuntoli, di incapacità, improvvisazione o taccagneria è
insostenibile: la gestione del mercato e' stata accorta e ben condotta. Certo,
e' facile razionalizzare a posteriori, ma questo e' quanto possiamo fare con
le informazioni che abbiamo a disposizione.
L'appunto che si può
muovere è quindi di natura diversa e riguarda la comunicazione. L'Atalanta ha
per prassi di non anticipare nulla, e questo silenzio genera puntualmente
un'inquietudine che chiederebbe di essere colmata con una narrazione da parte
dei suoi dirigenti.
Il che pero' risulta perfino paradossale, provenendo da
una comunità come quella bergamasca, che da sempre si vanta di lavorare sodo e
di farlo senza troppe parole.
Quanto ai giocatori acquistati,
possono piacere o non piacere. Ma è un po' come chiedere a me se un muro sia
costruito a regola d'arte. E' legittimo che io abbia un'opinione, tuttavia un
muratore lo sa giudicare meglio di me, e il muratore dell'Atalanta è Giuntoli.
Se il muro cederà, allora potremo dire che la società ha operato male, per ora
possiamo solo valutare il processo e quello e' stato positivo.
Baloo