03/09/2026 | 11.45
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Lettera al sito: Anatomia della sessione di mercato


Abbiamo ricevuto questa email dal nostro lettore "Baloo" che ringraziamo


Il malumore che ha accompagnato l'estate nerazzurra, leggibile nei commenti a questo sito come in qualunque altro luogo dove si discuta di Atalanta, poggia su una percezione precisa: poche entrate, obiettivi mancati, una società apparentemente immobile mentre altrove si costruiva. Ora che la sessione si è chiusa conviene sottoporre quella percezione a una verifica ordinata, sostituendo al giudizio sul singolo colpo, che è il modo in cui tutti abbiamo seguito il mercato giorno per giorno, una lettura dell'intera sequenza.
 
La sessione si puo' dividere in quattro fasi. L'ordine è cronologico solo in senso approssimativo: nella pratica si sono sovrapposte, e più di una trattativa era già iniziata all'interno della fase precedente.
  
Prima fase: le cessioni programmate e il regista
 
L'estate si apre con due partenze già impostate, Palestra ed Ederson. Che entrambi ne fossero al corrente da mesi è stato evidente a chiunque abbia osservato con un minimo di attenzione l'ultima stagione.
 
Ne parte uno solo. Palestra al Chelsea, con una delle plusvalenze più alte mai registrate da questo club. Ederson resta perché in Inghilterra non supera le visite, e nel giro di pochi giorni società e giocatore si ritrovano con un contratto in scadenza ravvicinata e un mercato che si è chiuso attorno a loro. Il rinnovo lungo che ne consegue non è una scelta, è l'unica opzione rimasta sul tavolo.
Resta il fatto che quel rinnovo dice qualcosa. Legare fino al 2031 un giocatore appena respinto da un esame medico significa che a Zingonia quel ginocchio lo ritengono integro e che sono disposti ad assumersene il rischio per cinque anni. Merito della società per la rapidità e merito del giocatore per aver accettato, ma nessuno dei due disponeva di alternative.
 
Parallelamente si chiude Gaetano. Una trattativa lunga e però mai realmente in discussione, conclusa più o meno sulla cifra da cui l'Atalanta era partita, mentre il Cagliari era partito assai più in alto. È il profilo che Sarri aveva richiesto per la casella che il nuovo assetto lasciava scoperta.
 
Voto: 5 su 5. Non per l'esito, dal momento che quarantacinque milioni e un mese di lavoro sono andati perduti, ma per la condotta. Il pezzo pregiato collocato al massimo prezzo, il rinforzo richiesto dall'allenatore acquistato alle proprie condizioni dopo settimane di resistenza, e un incidente serio gestito nell'unico modo che ne contenesse le conseguenze.
 
 
Seconda fase: tre obiettivi, tre rifiuti altrui
 
Esaurite le operazioni programmate, l'Atalanta si mette a caccia delle occasioni che potevano concretizzarsi in tempi brevi. Jashari, Alajbegović, Gila. È la fase che ha prodotto più amarezza, ed è anche quella in cui conviene individuare con precisione il punto di rottura di ciascuna trattativa, perché in tutti e tre i casi si trova dall'altra parte del tavolo.
 
Su Jashari non ha deciso il giocatore ma il Milan, che dopo il cambio di allenatore ha rivisto la propria disponibilità a cederlo. Su Alajbegović l'intesa con l'entourage era acquisita e l'offerta era salita a ventisei milioni, cifra che il Leverkusen non ha ritenuto sufficiente. Su Gila l'accordo con la Lazio esisteva già ed è naufragato sull'ingaggio, perché quanto il Milan poteva riconoscere al giocatore a Bergamo non è riconoscibile, con l'aggravante di una destinazione che al difensore non risultava particolarmente attraente.
 
Tre vicende distinte, accomunate da un dato: l'Atalanta non è mai rimasta ferma, e in due casi su tre aveva già metà dell'operazione perfezionata.
 
Voto: 3 su 5. È un voto al risultato, e il risultato è nullo. Sufficienza e non insufficienza, però, perché il tentativo è stato fatto ogni volta con offerte concrete, e perché i due limiti che la società ha rifiutato di oltrepassare erano quelli corretti: la richiesta tedesca per un ragazzo mai visto in Italia e una deroga al tetto salariale per un difensore. Chi pretendeva quei giocatori a quelle condizioni non stava reclamando un mercato migliore, stava reclamando un'altra società.
 
 
Terza fase: alleggerire e ricucire
 
Con l'avvio del ritiro comincia lo sfoltimento. Touré, Maldini, Bakker fuori rosa. Kamaldeen si sottrae al mercato da sé infortunandosi, e nel farlo apre una falla destinata a riaprirsi più avanti.
 
Le uscite non sono definitive, ma neppure prestiti secchi: i riscatti ci sono, subordinati a condizioni. Il rammarico legittimo riguarda il differimento, perché l'incasso effettivo dipenderà da come andranno a finire le stagioni di Parma e Cagliari.
 
Poi Djimsiti porta in società l'offerta araba, l'ultimo contratto importante della sua carriera, e l'Atalanta non si oppone. Nell'arco di una settimana arriva Kristensen. Non sarà un fenomeno e a quattro non ha mai giocato, ma a quattro non aveva mai giocato nemmeno Djimsiti, con quasi dieci anni in più sulle spalle. Nel nuovo impianto entrambi avrebbero dovuto imparare un mestiere diverso, e uno dei due ha ventiquattro anni.
 
Voto: 4 su 5. Giuntoli ha fatto ciò che andava fatto: collocare gli esuberi ricavandone il possibile e ricucire in pochi giorni una lacuna apertasi senza preavviso. Il quinto voto viene meno per la natura sospesa di quelle uscite, che restano appese a risultati altrui.
 
 
Quarta fase: dieci giorni che riscrivono il giudizio
 
L'ultima fase è quella che ha rovesciato la percezione dell'intera sessione, e si è consumata in dieci giorni. Contiene due movimenti opposti, che vale la pena tenere distinti perché obbediscono a logiche opposte.
 
Il primo è quello dell'occasione. Elmas definito in pochi giorni senza che ne fosse trapelata una riga. Kessié allo stesso modo: a giugno un'ipotesi da conversazione oziosa, nell'ultima settimana un fatto compiuto. Se ne ricava che certi profili si liberano soltanto alla fine, e che attendere, per quanto possa apparire assurdo o controproducente, in molti casi è la condotta migliore. Certo, l'attesa paga a condizione di avere liquidità disponibile e una lista già istruita. L'Atalanta a fine agosto disponeva di entrambe, ed è la ragione per cui ha potuto muoversi in quarantotto ore. Chi arriva agli ultimi giorni privo di mezzi non conclude Kessié a parametro zero, si accontenta di ciò che resta.
 
Il secondo movimento è di segno contrario. Rowe è l'acquisto più oneroso nella storia del club ed è il colpo necessario a completare la rosa su un livello alto. Che mancasse un esterno lo si sapeva da giugno, e che lo si sia pagato caro è probabile. Resta il fatto che è l'unico acquisto non in saldo dell'intera estate, il che rende poco sensato lamentarsene.
 
Ciò che non arriva è un difensore. Romagnoli attendeva il Qatar, Cabal ha temporeggiato fino a restare dov'era. A quel punto l'Atalanta ha stabilito che, non potendo acquistare un difensore decisivo o di prospettiva, tanto valeva trattenere un giovane come Obrić, che Sarri mostra di apprezzare. Scelta difendibile, ma non priva di conseguenze: in difesa sono usciti in tre, due obiettivi su due sono sfumati, e sia Hien sia Kristensen accusano problemi fisici. Il reparto non dispone di alcun margine.
 
Fra le uscite, due hanno fatto discutere più delle altre. Ahanor dispiace perché se ne va un ragazzo, ma era una cessione decisa nel momento stesso in cui gli si è fatto firmare un triennale anziché un contratto lungo, ed è esattamente quella durata breve a rendere la plusvalenza così consistente. De Roon è una delusione difficile da commentare. La versione della società, secondo cui è stato il giocatore a chiedere di partire, è quasi certamente veritiera; il punto discutibile la precede, perché era già uscito dalle rotazioni e l'arrivo di Kessié gli ha chiuso l'ultima porta. In entrambi i casi lasciano un vuoto affettivo, non un vuoto tecnico.
 
Se ne vanno anche Ibrahim Sulemana, che merita di giocare, e Bakker, la cui rescissione consensuale libera entrambe le parti da una parentesi sfortunata.
 
Voto: 4 su 5. Centrocampo e attacco escono rafforzati in modo sostanziale. Il quinto voto lo sottrae la difesa, dove si è tentato due volte e si è mancato due volte, e dove la copertura è ormai appesa alla tenuta fisica di pochi. Che Obrić si riveli un altro Ruggeri, un altro Bernasconi, un altro Scalvini è un auspicio, non una programmazione.
 
 
Conclusione
 
Considerata per intero, questa sessione è stata condotta secondo un disegno riconoscibile, con professionalità e senza colpi di testa. Dove si sono aperte occasioni sono state colte, e rapidamente. Dove sono emersi problemi sono stati risolti. E dove occorreva rifiutare, si è rifiutato. Quando l'Atalanta non acquista un giocatore non è perché manchino i mezzi, è perché intervengono circostanze che non dipendono da lei.
 
Voto finale: 4 su 5. Alla luce di come si è svolto questo mercato, accusare la società, e in particolare Luca Percassi e Cristiano Giuntoli, di incapacità, improvvisazione o taccagneria è insostenibile: la gestione del mercato e' stata accorta e ben condotta. Certo, e' facile razionalizzare a posteriori, ma questo e' quanto possiamo fare con le informazioni che abbiamo a disposizione.
 
L'appunto che si può muovere è quindi di natura diversa e riguarda la comunicazione. L'Atalanta ha per prassi di non anticipare nulla, e questo silenzio genera puntualmente un'inquietudine che chiederebbe di essere colmata con una narrazione da parte dei suoi dirigenti.
Il che pero' risulta perfino paradossale, provenendo da una comunità come quella bergamasca, che da sempre si vanta di lavorare sodo e di farlo senza troppe parole.
 
Quanto ai giocatori acquistati, possono piacere o non piacere. Ma è un po' come chiedere a me se un muro sia costruito a regola d'arte. E' legittimo che io abbia un'opinione, tuttavia un muratore lo sa giudicare meglio di me, e il muratore dell'Atalanta è Giuntoli. Se il muro cederà, allora potremo dire che la società ha operato male, per ora possiamo solo valutare il processo e quello e' stato positivo.

Baloo 


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