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Lettera al sito: DNA in via d'estinzione?


Abbiamo ricevuto questa email dal nostro lettore paolo_trei che ringraziamo


Non sono deluso dai risultati di quest’anno. O almeno, non è quello il punto principale. Da tifoso dell’Atalanta posso accettare una stagione complicata, qualche sconfitta pesante, qualche passaggio a vuoto. Dopo un ciclo lungo e straordinario come quello di Gasperini, pensare di ripartire senza scosse sarebbe stato ingenuo.

Quello che mi preoccupa è altro: la possibile perdita del vero DNA dell’Atalanta.

Non parlo da tecnico. Non ho la pretesa di spiegare moduli, pressioni o occupazioni degli spazi. Parlo da tifoso che guarda le partite e certe cose le sente prima ancora di capirle. E la sensazione è che il post-Gasperini non sia solo una transizione tecnica, ma una domanda più profonda: che cosa vuole essere l’Atalanta dopo Gasperini?

Perché il rischio non è vincere meno. Il rischio è diventare un’altra cosa.

Il DNA Atalanta non è un 3-4-1-2, un pressing alto o una difesa a tre. È qualcosa di più profondo: intensità, fatica, fame, coraggio, disponibilità allo scontro. Una squadra working class, operaia, fiera di esserlo.

Colantuono lo incarnava perfettamente. Il suo calcio era lontanissimo da quello di Gasperini, ma aveva una cosa profondamente atalantina: l’intensità come necessità. La famosa frase “Aho, nun sémo mica er Barcellona” non era solo una battuta: era quasi un manifesto. Non possiamo permetterci di giocare senza sporcarci le mani.

Poi è arrivato Gasperini e ha cambiato tutto. Ha portato l’Atalanta in Champions, in Europa, dentro una dimensione che sembrava impossibile. Ma il miracolo vero è che non ha tradito quella natura operaia. L’ha elevata.

Gasperini ha portato la classe operaia in paradiso, ma senza toglierle la tuta da lavoro.
L’Atalanta di Gasperini non era solo corsa. Era una squadra complessa, coraggiosa, piena di idee. Ma tutto partiva da un principio semplice: aggredire la partita.

Il pressing alto non era solo difesa. Era un modo di attaccare. Recuperare palla nella metà campo avversaria significava rubare non solo il pallone, ma anche il tempo all’avversario. Prima che gli altri potessero risistemarsi, l’Atalanta era già lì: verticalizzazione, area piena, seconda palla, ancora pressione, ancora attacco.

Anche quando aveva giocatori tecnicamente superiori, la tecnica era sempre dentro un contesto di lotta. La qualità non sostituiva la fatica. La potenziava.

Con Juric la scelta sembrava logica: difesa a tre, uomo contro uomo, aggressività, intensità. Sulla carta, una continuità naturale.

Eppure, da tifoso, la sua Atalanta mi ha spesso annoiato. Non perché mancasse aggressività. Anzi, la squadra era spesso rognosa e fastidiosa. Ma sembrava mancare la cosa fondamentale: la velocità nel trasformare l’aggressione in attacco.

Nel calcio del Gasp, il recupero alto portava subito alla porta. Con Juric, invece, la pressione sembrava più difensiva che offensiva. La squadra aggrediva, sì, ma poi cercava spesso di gestire il possesso. E così il vantaggio iniziale spariva.

Se recuperi palla e non attacchi subito, dai tempo agli avversari di rimettersi a posto. A quel punto servono dribbling, qualità individuale, capacità di saltare l’uomo. Ma quella Atalanta non sembrava averne abbastanza. Il risultato era una squadra magari solida, ma poco efficace davanti.

Juric ha tolto alcuni estremismi del gasperinismo, ma senza trovare un equivalente offensivo. Ha mantenuto la parte ruvida del sistema, perdendo però quella esplosiva.

Con Palladino il discorso è più complicato. All’inizio sembrava esserci qualcosa di interessante.

Alcune partite, soprattutto europee, avevano restituito sensazioni da Atalanta: ritmo, aggressività, coraggio, voglia di andare addosso agli avversari.

Poi però qualcosa pare essersi incrinato.

Il passo falso contro l’Athletic Bilbao, la debacle contro il Bayern, i mancati successi in campionato e in Coppa Italia hanno pesato. Ma, ancora una volta, non è solo una questione di risultati. È una questione di sensazioni.

La squadra è sembrata progressivamente meno furiosa. Meno verticale. Meno cattiva nell’andare a prendersi le partite. Al contrario, è cresciuto un possesso palla spesso sterile, una costruzione dal basso lenta, una volontà di controllo che a volte sembra più prudenza che progetto.

La parola che mi viene in mente è: anestesia.

L’Atalanta non sembra sempre ferita, affamata, elettrica. Sembra talvolta sedata. Come se cercasse la scelta giusta, l’uscita pulita, la circolazione ordinata, perdendo però ciò che l’ha resa speciale: ritmo, conflitto, pressione emotiva sull’avversario.

Non voglio dire che Palladino sia incompatibile con l’Atalanta perché vuole costruire dal basso o tenere il pallone. Anche Gasperini costruiva. Anche l’Atalanta migliore sapeva palleggiare.

Il punto è: a cosa serve quel possesso?

Se costruisci dal basso per attirare l’avversario, aprire uno spazio e colpire, oppure se palleggi per creare una trappola, liberare un quinto o trovare un uomo tra le linee, allora quel possesso ha un senso e può diventare un’arma.

Ma se il possesso diventa un rifugio, allora no. Se serve solo a respirare, a non perdere palla, a rallentare la partita, allora diventa qualcosa di lontano dalla nostra identità.

L’Atalanta può essere tecnica, moderna, persino elegante. Ma non può diventare contemplativa.

Non può sembrare più preoccupata di non sbagliare che desiderosa di ferire.

La proposta di Palladino rischia di sembrare troppo “fighetta” se mette il controllo davanti all’intensità. Se la squadra diventa troppo ordinata, troppo educata, troppo orizzontale, allora sì: il rischio di distanza culturale esiste.

Non perché Bergamo rifiuti la qualità. Sarebbe assurdo. Gasperini ci ha abituati a una qualità altissima. Ma era qualità operaia, qualità dentro la fatica, qualità che sporcava le partite. Non era mai qualità da salotto.

Reja, in questo senso, è un precedente utile. Tecnico serio, preparato, rispettabile. Ma il suo calcio appariva più gestionale, più borghese, meno allineato alla pancia profonda dell’Atalanta.

Palladino rischia qualcosa di simile se interpreta il post-Gasperini come una normalizzazione. Il problema è che forse l’Atalanta è diventata grande proprio perché non ha mai voluto diventare normale.

Nessuno può chiedere a Palladino di essere Gasperini. Sarebbe ingiusto e impossibile. Il punto non è copiare Gasperini.

Il punto è capire cosa non si può perdere.

Non si può perdere l’intensità. Non si può perdere la verticalità. Non si può perdere la riaggressione. Non si può perdere la voglia di attaccare appena possibile. Non si può perdere l’idea che l’Atalanta debba essere una squadra scomoda, fisica, emotiva, difficile da affrontare.

Si può cambiare tutto il resto: costruire meglio, gestire meglio, rischiare meno, aggiungere possesso, cercare soluzioni nuove. Ma tutto questo deve servire a potenziare l’identità, non a sostituirla.

Da semplice tifoso, non chiedo di vincere sempre. Non chiedo di tornare automaticamente ai miracoli degli anni migliori. So che i cicli finiscono e che le squadre devono evolversi.

Però chiedo che l’Atalanta resti Atalanta.

Una squadra che può sbagliare, ma non può essere tiepida. Che può perdere, ma non può sembrare addomesticata. Che può cercare nuove idee, ma non può dimenticare la propria natura.

Colantuono ci ricordava che non eravamo il Barcellona. Gasperini ci ha dimostrato che potevamo andare in paradiso senza diventarlo. Ora il compito del post-Gasperini è difficilissimo: modernizzare la Dea senza borghesizzarla.

Perché l’Atalanta può anche cambiare pelle.

Ma non deve perdere il sangue.

By staff
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