Non toglieteci l'estate
L'estate è sempre stata, seppur scandita dal lavoro, la stagione della crescita e del divertimento.
Lo è maggiormente quando si è giovani, e finita la scuola non si hanno altri pensieri che le giornate libere da impegni, gli amici, il mare, le scampagnate e la musica.
Ma anche da adulti ci si diverte, si fanno strappi alle regole, si programmano vacanze e la sagra serale non è tanto male, nonostante la mattina suoni alla solita ora.
Ora per i più piccoli ci sono i Grest, tanti, dei più disparati. Ai miei tempi c'erano (si chiamavano CRE), duravano poco ed erano per lo più gestiti dagli oratori e dalle chiese. Qualche gioco, lavoretti manuali col legno o con la cartapesta, al limite una gita in qualche piscina.
Ora i bambini tra campus, grest, oratori, fattorie didattiche, mare, montagna, corsi, hanno tutta l'estate impegnata e di tempo per annoiarsi non ce n'è.
Ricordo però quand'ero bambino che c'era, al posto del Cre, per i figli dei lavoratori dell'allora Italsider, la colonia estiva, nello specifico a Bibione. Tutti i bambini figli dei dipendenti di quella che oggi è la Lucchini, andavano la bellezza di tre settimane in questi casermoni in riva al mare, con migliaia di altri bambini, tassativamente senza genitori, per tutto il periodo delle scuole elementari.
I genitori salutavano, quando i bambini salivano sul pullman, e per quasi tre settimane i figli erano affidati ad animatori e educatori che gestivano tutto dalla A alla Z. Si tornava cambiati dalle colonie. Le prime amicizie, le prime cottarelle, un sacco di canzoni imparate, di aneddoti da raccontare, ma anche di punizioni prese, di lezioni imparate. Tre settimane a cavartela un po' da te, con l'occhio vigile di chi sa il fatto suo ma senza quello delle tue guide famigliari che ti hanno accompagnato fino a quel giorno.
Ecco, ho sempre trovato nell'estate e nel ritiro dell'Atalanta questa sensazione un po' di smarrimento e di novità. Ho sempre guardato alla nuova squadra come si guarda un figlio da lontano, lasciato lì per qualche tempo a migliorarsi, a crescere.
Il primo giorno di ritiro saluti tutti, i giocatori salgono su un pullman, li affidi al mister, e speri che quel periodo funzioni veramente per migliorarli e per riportarteli pronti per il campionato.
Alcune annate questo processo di crescita avviene vicino, come Clusone o Zingonia, altre volte lontano, come ai tempi di Brentonico (dove tra l'altro c'è la nostra primavera in questi giorni).
Sono programmate amichevoli in famiglia e altre più di livello. Quelle a cui ci ha abituato l'Atalanta negli ultimi anni toccano l'Europa, vanno in giro a portare i colori più belli del mondo, come se in ogni stadio raccogliessero del polline per farne tesoro, e donarci poi un miele atalantino che solo chi ha inghiottito pillole amare di anni passati in cadetteria può apprezzare appieno.
A differenza della colonia, però, dove era tassativa l'assenza, il ritiro estivo è sempre stato bello viverlo, godendone con spensieratezza e magari organizzando il tempo libero in base a quello, agli allenamenti, alle amichevoli. Vedere le prime facce nuove (che quest'anno a dire il vero latitano), rivedere i vecchi campioni tornati dalle ferie o dai mondiali come quest'anno.
Questo è il ritiro, una grande famiglia che, a differenza dei mesi con gli appuntamenti ufficiali, i grandi stadi, i biglietti e la distanza dal terreno di gioco, avvicina la gente alla squadra, in piccoli campi di provincia.
Mentre loro crescono, imparano e si preparano alla stagione, noi possiamo vederli da vicino, caricarli sentendo le loro voci, passare un pomeriggio a vedere un allenamento e se si è fortunati magari scappa pure una foto e una battuta in un loro momento di relax.
Sono momenti impagabili che danno un senso di vicinanza, un periodo gratificante per il tifoso che poi il resto dell'anno farà grandi sacrifici per seguire la squadra in lungo e in largo.
Almeno questo è quello che era e che vorrei che fosse di nuovo.
Succede invece che il periodo che serve a loro per prepararsi e a noi per darci e dargli la carica, sia ultimamente ostacolato da un muro tra il popolo e la squadra.
Niente allenamenti aperti al pubblico, due amichevoli entrambe a porte chiuse, due amichevoli all'estero entrambe senza la possibilità di comprare biglietti. La magia della provincia, dell'estate e delle cose semplici sono svanite. All'Atalanta ci possiamo avvicinare solo sui social, nei reels, o al limite possiamo respirare l'Atalanta solo nei negozi.
L'Atalanta però è del popolo, e se il popolo non può vivere l'Atalanta, cosa siamo diventati? E soprattutto perché?
Abbiamo lasciato i nostri beniamini salire su quel pullman, che questa volta ce li ha portati lontani, nonostante non siano nemmeno in una colonia nella quale ci è preclusa l'entrata. Sono qui, e noi siamo fuori da quel muro, che sa di punizione.
Forse oltre alla sacrosanta necessità di pensare da un punto di vista , quello societario, sarebbe bene ogni tanto tornare a ragionare anche dal nostro, da tifosi innamorati che han bisogno anche di questo, come atto dovuto dopo che in tempo zero, dopo un'annata sottotono e una rivoluzione in vista, la campagna abbonamenti ha registrato il sold out.
Ma se ci togliete l'estate, ci togliete la magia, come possiamo prepararci al meglio all'inverno?