"Rivoluzione Atalanta", la prefazione
Riprendiamo la recensione del libro "Rivoluzione Atalanta" che abbiamo presentato i giorni scorsi (QUI) creato da amici di vecchia data del nostro sito riprendendo articolo che compare su bergamo.corriere.it ad opera di Davide Ferrario
Atalanta, i dieci anni che hanno dato un senso: nel libro di Benedetti e Macciò la nascita della «nuova» Dea
di Davide Ferrario
Gli anni che hanno trasformato la squadra nerazzurra da provinciale a protagonista in Europa
«Rivoluzione Atalanta» è il titolo del nuovo libro di Davide Benedetti e Alessandro Macciò (Edizioni inContropiede): racconta i nove anni che hanno trasformato la Dea da provinciale a protagonista d’Europa. La prefazione di Davide Ferrario.
Dieci anni che sconvolsero il mondo (del calcio)
Sulla parete davanti alla mia scrivania è appesa una maglia da calcio. Porta il numero 72 e la scritta Ilicic. Lungo il «7» corre la firma di Josip, la dedica personale non sono mai riuscito a farmela fare. La ragione è semplice: quella è la maglia che lui indossava a Valencia, la famosa sera in cui segnò 4 gol in Champions in uno stadio vuoto. L’ultima partita prima della chiusura per Covid.
Quella maglia la vinsi poche settimane dopo a un’asta benefica, quando la pandemia era in pieno corso (e sappiamo come, a Bergamo) e si cercavano fondi in ogni modo per finanziare l’attività dell’ospedale Papa Giovanni. Quando mi aggiudicai la maglia, mi dissero che era già firmata ma che volentieri Ilicic ci avrebbe aggiunto una dedica. Poi Ilicic finì vittima del Covid: non che lo prese, come sappiamo per sua fortuna, ma la depressione che conseguì allo scoppio della pandemia lo fece praticamente sparire dai campi nella sua stagione migliore. Quella maglia raccoglie tutta la storia dell’Atalanta gasperiniana. Una storia fatta di fantastiche imprese ma quasi sempre infrantasi su qualche scoglio prima del trionfo finale, con l’eccezione di Dublino.
«Rivoluzione Atalanta»
La copertina del libro a firma Davide Benedetti e Alessandro Macciò. Prefazione di Davide Ferrario
Quando arrivò, di Gasperini non si aveva un’opinione precisa. «E di questo Gasperini cosa mi dici?» fu la domanda che mi fece Martino, mio storico compagno di stadio, quando l’allenatore fu ingaggiato, un po’ a sorpresa, nell’estate del 2016. La conversazione con Martino avveniva in una camera d’ospedale da cui non sarebbe più uscito. Se ne andò pochi giorni dopo per una brutta malattia e le ultime cose che ci dicemmo non furono ispirate a chissà quali pensieri, ma all’Atalanta. Anche questa è una storia che dice molto su come noi bergamaschi viviamo la fede calcistica. Spesso mi sono chiesto, nei dieci anni a venire, come avrebbe vissuto Martino tutto quello che stava per succedere. Lui e tutti gli altri tifosi che il destino ha privato di quella fortuna dopo che avevano passato decenni a tifare una squadra finita anche in Serie C, il cui massimo orizzonte annuale era la salvezza. Una squadra il cui mito non era legato a una vittoria ma a una sconfitta, quella con il Malines. Gente che ha preso l’acqua in curva o in gradinata, quando la parte su viale Giulio Cesare era ancora scoperta; che si è fatta trasferte chilometriche solo per vedere la squadra perdere; gente che non aveva mai immaginato quello che poi è davvero accaduto. Credo che ogni tifoso atalantino possa raccontare una storia così e dedicarla a qualcuno che non c’è più.
Da questo punto di vista, i dieci anni di Gasperini hanno dato un senso ai cento e più di esistenza del club. È stato come se in una trama dall’andamento ciclico — un po’ su un po’ giù, un po’ bene e un po’ male — un demiurgo avesse inserito uno schema diverso: puntare sempre più in alto. O, con quel modo di dire da addetti ai lavori poco amanti della letteratura: «Alzare l’asticella». Abituati a qualcosa che assomigliava alla meteorologia («Speriamo che quest’anno vada bene»), Gian Piero Gasperini ha inserito l’elemento della volontà umana, un po’ alla Schopenhauer.
Rassegnati a sentirci in balia di forze superiori e invincibili (se non per l’episodio periodico di una partita particolarmente fortunata in cui si batteva qualcuna delle «grandi»), il Gasp ci ha insegnato che il mondo è volontà e rappresentazione. Che può essere modificato, se solo lo immagini. E che può essere fatto con le proprie forze.
Con ragazzi che vengono dalla Primavera, con mezzi campioni che altrove avevano certificato solo la loro incompiutezza, con uno spirito di squadra che trae forza dal territorio che lo circonda. Tanto che gli undici in campo, di cui solo un’esigua minoranza è nata a Bergamo, hanno finito per incarnare perfettamente l’identità di un popolo e farne una leggenda in Europa e fuori.
A un anno di distanza dalla separazione tra Gasperini e l’Atalanta forse cominciamo a vedere le cose in modo più preciso. Allenatore e club si sono costruiti una fama e una credibilità che dovranno giocarsi autonomamente. Auguri a entrambi (ma di più all’Atalanta...). E diventa chiaro che ciò che il Gasp ha dato a noi non è stato solo qualcosa di tecnico, ma soprattutto l’idea che ce la si può sempre giocare con tutti e nulla è scritto finché la palla rotola. Così mentre il tempo avanza quella decade prende sempre di più i contorni di un’epopea, di quelle storie che è straordinario vivere e che è quasi altrettanto bello poter raccontare.
