Ennesima commovente prova d'affetto di DeRoon verso Bergamo

Oggi e' uscito Sportweek, rivista settimanale della Gazzetta dello Sport. Con uno speciale dedicato a Martino, il nostro capitano. Che si produce in tanti dettagli, particolari e aneddoti della sua vita che ormai si svolge da anni tutta a Bergamo, una citta' che ha imparato ad amare molto, completamente ricambiato
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Chiunque abbia avuto la fortuna di seguire da vicino Marten de Roon sa bene che certi giocatori non si limitano a indossare una maglia: la incarnano. Il capitano nerazzurro, ormai simbolo assoluto dell’Atalanta, è diventato qualcosa di molto più profondo di un semplice centrocampista. Con il passare degli anni ha saputo conquistare Bergamo con dedizione, umiltà e spirito di sacrificio, fino a entrare nel cuore della città quasi come uno di famiglia.
Chi lo incontra racconta di un uomo educato, riservato e autentico, uno che mette il rispetto davanti a tutto. Non sorprende quindi che sia diventato il recordman di presenze della Dea e uno dei giocatori più amati della storia atalantina.
Parlando di Bergamo, il capitano la descrive come una città fondata sul lavoro e sulla concretezza. L’impatto con Città Alta, al suo arrivo, gli rimase impresso immediatamente: le mura storiche, le salite, quell’atmosfera unica che sembra sospesa nel tempo. Arrivato dall’Olanda senza aver mai vissuto l’Italia, trovò un ambiente capace di far sentire lui e la sua famiglia immediatamente a casa. Ancora oggi, racconta con affetto quanto ami i momenti semplici: passeggiare con la moglie e le figlie, prendere un gelato seduti in centro, vivere Bergamo nella sua quotidianità.
L’attaccamento alla città è cresciuto anno dopo anno, soprattutto dopo il ritorno dall’esperienza inglese. La scelta di stabilirsi definitivamente nel territorio bergamasco e di far crescere lì le figlie è stata naturale. Le bambine frequentano scuole italiane, parlano con accento bergamasco e respirano ogni giorno la cultura della città che ormai la famiglia considera casa propria.
Da vero atalantino acquisito, il capitano ha imparato anche il significato del celebre “mola mia”, riconoscendo nei bergamaschi una mentalità instancabile. Secondo lui, il tifoso atalantino pretende prima di tutto impegno, sudore e spirito di sacrificio. Le vittorie contano, certo, ma conta ancora di più vedere giocatori pronti a dare tutto per la maglia.
Tra i luoghi che ama maggiormente cita spesso Piazza Vecchia, le mura di Città Alta e San Vigilio, simboli di una città che ormai sente profondamente sua.
Uno dei momenti più emozionanti della sua carriera resta la celebrazione per il record di presenze in maglia atalantina. La coreografia preparata dalla Curva gli provocò un’emozione enorme: vedersi rappresentato sotto la frase “Prima uomini, poi campioni” fu qualcosa che lo colpì nel profondo. Per lui quello slogan rappresenta perfettamente l’anima dell’Atalanta.
Il segreto del suo rapporto con i tifosi? La semplicità. Non ha mai amato atteggiarsi da star e ha sempre cercato di mantenere un rapporto genuino con la gente. Si considera una persona normale e pensa che la distanza tra calciatori e tifosi debba essere minima. È anche questo che ha fatto di lui un simbolo: la sensazione che, nonostante il successo, sia rimasto esattamente lo stesso ragazzo arrivato anni fa dall’Olanda.
Da capitano si è imposto più con l’esempio che con le parole. Leadership silenziosa, spirito di sacrificio e disponibilità verso tutti. Nello spogliatoio è considerato un punto di riferimento assoluto.
Parlando degli allenatori che hanno segnato il suo percorso, ha riconosciuto l’enorme importanza di Gian Piero Gasperini nella crescita dell’Atalanta moderna. Secondo lui, il tecnico ha cambiato mentalità all’intera squadra, insegnando ai giocatori a non avere paura e a credere di poter competere contro chiunque. Anche il lavoro di Raffaele Palladino viene apprezzato molto, soprattutto per l’entusiasmo e la capacità di dialogare continuamente con il gruppo.
Quando gli viene chiesto dei compagni più importanti della sua avventura nerazzurra, cita inevitabilmente Berat Djimsiti, Remo Freuler, Teun Koopmeiners e Mario Pašalić, mentre indica Josip Iličić come il talento più straordinario con cui abbia mai giocato.
Tra le partite che porta nel cuore spiccano le notti europee che hanno reso grande l’Atalanta: la storica qualificazione in Champions contro il Sassuolo, il trionfo contro lo Shakhtar e soprattutto il clamoroso 3-0 ad Anfield contro il Liverpool FC. Emozioni che, secondo lui, resteranno per sempre nella memoria di chi ama questi colori.
Il rimpianto più grande resta invece la finale di UEFA Europa League saltata per infortunio, proprio nel momento in cui l’Atalanta scriveva una delle pagine più belle della propria storia.
Guardando avanti, il capitano sembra sempre più affascinato dall’idea di diventare allenatore. Ama studiare il calcio, leggere libri sulla leadership e immagina un futuro dedicato alla crescita dei giovani e alla gestione di un gruppo.
E in fondo è facile pensare che, qualunque sarà il suo futuro, a Bergamo ci sarà sempre un posto speciale per lui. Perché alcuni giocatori passano, mentre altri diventano parte dell’identità stessa di una città.
