Guida all'Atalanta 2026/27

Da ultimouomo.com
La Dea riuscirà a convertirsi al Sarrismo?
POSIZIONAMENTO LO SCORSO CAMPIONATO: 7°
CHI IN PIÙ: Gianluca Gaetano, Ibrahim Sulemana, Thomas Kristensen, Eljif Elmas.
CHI IN MENO: Francesco Rossi, Daniel Maldini, Berat Djimsiti, Bakker, Yunus Musah, Dominic Vavassori.
UNA STATISTICA INTERESSANTE DALLO SCORSO ANNO: Grazie al tracking di Opta Analyst, nell’ultima Serie A solo Cagliari (13.2%) e Parma (13.6%) hanno effettuato in percentuale meno passaggi all’indietro durante i propri possessi rispetto all’Atalanta (13.7%): l’efficacia di una manovra sempre più diretta, per volontà e necessità, sia con Juric che con Palladino, è stata alterna. La formazione che invece è ricorsa di più ai passaggi verso la propria porta nell’ultimo campionato? Fun fact: la Lazio di Maurizio Sarri (17.0%).

Ancor prima che inizino le partite ufficiali, l’estate 2025 nerazzurra vede il nuovo mister Ivan Juric ricoverato in ospedale nella prima settimana di ritiro, Ademola Lookman in esilio volontario tra Portogallo e Londra ed Éderson costretto a un’indagine artroscopica al ginocchio destro. Le premesse sono queste, impensabile che il resto dell’annata possa proseguire in maniera lineare: l’esperienza Juric termina a inizio novembre nella maniera peggiore possibile tra quelle preventivate – più per mancanza di fiducia reciproca col gruppo squadra che non per meri risultati o qualità del gioco espresso -, il rimbalzo emotivo del cambio di guida tecnica favorisce l’inserimento di Raffaele Palladino e offre un inverno su alte frequenze.
La durabilità non è però una caratteristica della prima Atalanta postgasperiniana: anche nei momenti migliori della stagione, a prestazioni brillanti (vittorie con Marsiglia, Eintracht Frankfurt, Chelsea in Champions League, Juventus in Coppa Italia, Roma e pareggio in inferiorità numerica per oltre 80’ a Como in Serie A) seguono quasi inevitabilmente gare in trasferta di inconsistenza ingiustificabile (Udinese, Hellas Verona, Pisa, Genoa). A gennaio, quantomeno, termina la pantomima Lookman, con l’ultima parola messa dalla società impedendogli de facto di firmare per il Fenerbahce. In uno scambio mascherato, dall’Atleti arriva Raspadori, inizialmente a corto di condizione e successivamente frenato da uno stiramento al flessore. Tra il 25 febbraio e l’1 marzo, nello spazio di 5 giorni, la condensazione più pura della tossicità generata dal seguire la stagione atalantina: prima il 4-1 in rimonta nel playoff di Champions League col Borussia Dortmund (forse la notte più estasiante della storia atalantina se si considera soltanto l’alternanza di episodi e protagonisti nel corso dei 90’), poi la sconfitta a Reggio Emilia con un Sassuolo rimasto in 10 dopo un quarto d’ora.
Delirio totale nerazzurro.
Al rientro dai tragici playoff Mondiali, gli undici che determinano l’amaro in bocca che lascerà ai posteri il periodo di Palladino a Bergamo: l’11 aprile la Juventus di Spalletti trova forse l’unica vittoria “immeritata” della sua annata, in una serata che ai punti avrebbe potuto riportare la Dea a -2 dal 4° posto; il 22 aprile, sempre tra le mura di una New Balance Arena fin lì amica – commovente il sostegno durante il secondo tempo degli ottavi di Champions League col Bayern Monaco, quando l’audace piano gara atalantino è stato sovrastato dai bavaresi -, la semifinale di ritorno di Coppa Italia con la Lazio, giocata molto male e finita peggio. Le figuracce a Cagliari e col Bologna di fine stagione sono affievolite dalla folle vittoria a San Siro col Milan: almeno la qualificazione ai playoff di Conference League è assicurata.
TUTTI I CAMBIAMENTI DELL’ATALANTA
Dal 30 maggio 2026 a oggi, nell’organigramma della prima squadra atalantina sono cambiati: allenatore; 8 membri dello staff tecnico – solo Stefano Brambilla (match analyst), Andrea Vigni (Collaboratore preparatori atletici) e Giacomo Milesi (riatletizzatore) hanno mantenuto l’incarico -; Direttore Sportivo; Direttore Generale dell’Area Corporate; Direttore Comunicazione Corporate, Sportiva e Relazioni Istituzionali; Direttore dell’Area Tecnica e di Sviluppo dei giocatori del settore giovanile. Una rivoluzione pressoché totale in uomini e metodo di lavoro “dietro le quinte”. La rosa è stata toccata decisamente meno: solo due acquisti nei primi 50 giorni di mercato.
Limitandosi al solo terreno di gioco, la volontà dei Percassi e di Cristiano Giuntoli è stata limpida, espressa dal nuovo DS nella conferenza di presentazione: «Quando sono arrivato si è parlato subito di ritrovare una forte identità: crediamo di aver scelto un allenatore che sia veramente un capostipite di un tipo di gioco, completamente diverso da prima ma che possa rappresentare una strada chiara e netta». Dalle copie sbiadite, liofilizzate, immiserite di Gasperini, quindi, perché non affidarsi a Maurizio Sarri? Una scelta che la dirigenza nerazzurra aveva già paventato nell’estate precedente, dove lo stacco tra una squadra che giocava le partite venendo orientata dagli uomini a una predisposta a venir comandata dalla palla sarebbe stato forse troppo traumatico.
Dalla difesa a tre con orientamento principalmente a uomo in zone abbastanza estese del campo a una linea a quattro; dalle distanze senza palla determinate dai movimenti avversari all’orientarsi in base alla circolazione della palla: come espresso da Sarri durante la presentazione, «La filosofia di calcio è completamente differente: vediamo quello che si può ottenere. Devo trasmettere un calcio che sento dentro, non è che posso trasmetterne un altro tipo. Le difficoltà calcistiche ci sono, però cercheremo di superarle con il lavoro».
ALLORA, CHE ATALANTA ASPETTARCI?
Soprattutto in fase di non possesso, non ci si attenderà nulla di diverso dalla struttura con cui Maurizio Sarri imposta ogni sua squadra dall’arrivo in Serie A con l’Empoli nel 2014. Linea difensiva a quattro in cui i centrali rompono la linea solo quando gli attaccanti ricevono spalle alla porta. Terzini aggressivi sugli esterni solo quando si attivano specifici trigger; movimenti compensativi in transizione negativa nella zona centrale del campo assegnati a un centrocampista e non al terzino di lato debole. Castello difensivo integralmente a zona. Si tratta di princìpi non derogabili, la cui applicazione ha mostrato fisiologiche luci e ombre nelle prime cinque amichevoli.
Di elementi all’apparenza “fuori contesto” se ne contano pochi, è già un primo passo – lo sarebbe stato con ogni probabilità Palestra, il cui trasferimento al Chelsea verrà ricordato con maggior rimorso più dai tifosi interisti che da quelli atalantini: soprattutto la batteria di terzini, costituita da giocatori traslocati dai ruoli di quinto o braccetto nelle Atalanta del passato, possiedono tutti alcune peculiarità nella gestione dello spazio che favorisce la nuova interpretazione. Se sull’adattamento di Bellanova-Zappacosta a destra (il 34enne di Sora è l’unico che ha già giocato in passato per Sarri, con cui ha condiviso la stagione 2018/19 al Chelsea) e di Bernasconi a sinistra c’erano meno incognite, i dubbi sulla collocazione di Honest Ahanor sono stati mitigati: impostato lui come terzino e lavorando con Kolasinac come centrale mancino, il classe 2008 è tornato alle origini.
Come nelle giovanili del Genoa e nei fugaci spezzoni con Baldini tra Italia Under 21 e Nazionale maggiore, Ahanor ha possibilità di ricevere in ampiezza e condurre lungo il binario o nel corridoio intermedio per superare la pressione: lo spostamento in fascia gli evita soprattutto la gestione dei duelli su ricezioni avversarie spalle alla porta di Carnesecchi; in più stimola forse la sua migliore qualità, lo spirito da tremendo agonista negli isolamenti contro i dribblomani nei pressi della linea laterale. Sarà tutta questione di quanto tempo impiegherà a prendere le misure tra le sue leve infinite e la frequenza di passo del rivale.
Quello su cui le amichevoli e l’andata del playoff con l’Hapoel Tel-Aviv hanno detto poco o nulla sono la capacità e la volontà dell’Atalanta di azionare il pressing molto lontano da Carnesecchi. L’ultima Lazio di Sarri è stata quella che ha più assecondato il flusso della manovra avversaria nell’ultima Serie A (16.66 passaggi concessi per azione difensiva in media: il penultimo PPDA è stato del Cagliari con 15.12, per Hudl/Statsbomb). L'idea era di attaccare in campo più lungo una volta recuperato il pallone, ma anche di mimetizzare le lacune atletiche o attitudinali dei terzini nella gestione dello spazio alle spalle. La seconda componente all’Atalanta è quasi assente (eccezion fatta per la difficoltà cronica di Ahanor nel valutare la traiettoria di un filtrante alto che lo scavalca, difetto abbastanza comune nei difendenti formatisi in anni recenti), così come la sensibilità tecnica media nerazzurra dovrebbe permettere a Sarri di sperare in recuperi mediamente più alti rispetto all’annata biancoceleste: dopo i ripetuti «È sempre scoperta!» urlati durante il primo tempo con l’Arezzo, i movimenti del centravanti a innescare le uscite delle mezzali del 4-1-4-1 sarriano hanno quasi eliminato i passaggi a vuoto, spostando l'attenzione del lavoro nell’immediato futuro dello staff nerazzurro sulla coordinazione tra le pressioni di mezzali dal passo completamente diverso (ipercinetico Éderson, flemmatico Samardzic) e quelle degli esterni offensivi a loro associati (De Ketelaere a destra, Raspadori a sinistra).
Il primo obiettivo è sempre quello di schermare il centro, invitando l’avversario a manovrare verso l’esterno e lì sfruttare la linea laterale come difensore aggiunto: il più in apnea nelle prime settimane di ritiro, l’unico parso alienato dal contesto a livello tattico, è Zalewski, sballottato da una parte all’altra del campo (impostato inizialmente come mezzala sinistra, avanzato una volta rientrato Éderson dalle vacanze post Mondiale, impiegato sia a destra che a sinistra con efficacia e linguaggio del corpo totalmente da rivedere fino al secondo tempo con gol contro l’Athletic).
L’approccio sarà anche dettato dalla fiducia che Sarri avrà nei suoi uomini della retroguardia, dove si riscontra l’altro singolo in difficoltà a digerire le nuove indicazioni: sempre indeciso se rompere la linea o scappare all’indietro col resto del reparto, il precampionato di Kossounou non ha cancellato le incognite sulla sua compatibilità con le nuove idee. Sarà anche la velocità nei recuperi su lunghe distanze a suggerire quanto alzare la linea (difendere con Kossounou o Kristensen in campo lungo è un conto, farlo con Scalvini o Kolasinac è tutt’altro). L’ultimo inserimento in ordine di tempo può essere pesato quindi in quest’ottica: Kristensen si muove lateralmente molto più sinuosamente di quanto i 198 cm di altezza potrebbero suggerire, riuscendo sia a essere un corpo gigantesco nella copertura dell’area di rigore - ricordate la torreggiante prestazione a San Siro contro l’Inter dello scorso 31 agosto? - sia un centrale bravo nello scegliere il tempo giusto per un intervento in emergenza (7.2 clearances per 90’ nell’ultima Serie A via Opta). In più, per il danese come per il resto dei centrali, per caratteristiche naturali o per sopraggiunto calo atletico, un contesto dove l’aggressività nell’accorciare sull’uomo è richiesta in casi sporadici dovrebbe nasconderne i limiti in marcatura.
Dove l’Atalanta è mancata maggiormente nell’annata con Juric e Palladino, tuttavia, è dove Maurizio Sarri ha concentrato il grosso del lavoro estivo. Se la Dea è parsa spesso e volentieri priva di strumenti nella prima costruzione nel 2025/26, quella del 2026/27 sembra averli tra i piedi e negli occhi ma fatica ancora enormemente a usarli nella maniera corretta. Sarri stesso l’ha definita una squadra “pensante”, che ha bisogno di riconoscere la situazione per effettuare una scelta che dovrebbe avvenire in automatico. L'Atalanta deve ridurre i tempi di gioco persi per innescare le sue combinazioni verticali, ma quanto occorrerà a riuscirci? Su questo si determinerà il livello della squadra. Sin dall’insediamento, Giuntoli e Sarri hanno indicato le principali necessità di questo progetto in tempo e pazienza: due concetti quasi controculturali nel calcio italiano, trattati alla stregua di una blasfemia, gli unici che possono però giustificare i fisiologici alti e bassi dell’inizio di stagione nerazzurro.
Innanzitutto, il regista: un profilo che l’Atalanta non ha mai individuato né ha mai voluto individuare nell’ultimo decennio (il carneade João Schmidt e il Brescianini juriciano le uniche parziali e assai marginali eccezioni), a cui capitan de Roon non aderisce quasi per nulla, rendendo questo gruppo nerazzurro il primo non dipendente mani e piedi dal rendimento del 35enne neerlandese da 9 anni a questa parte. Non a caso, i più impiegati da Sarri nelle prime 5 amichevoli, nell’ottica di una squadra simile a uno studente liceale che ripete al muro a casa per arrivare il più preparato possibile all’interrogazione, sono stati Carnesecchi, Scalvini e appunto il regista, Gianluca Gaetano.
Nel momento in cui si è insediato a Zingonia Sarri ha dichiarato: «L'obiettivo è renderla prima di tutto un’Atalanta che sposi un nuovo modo di pensare. Sicuramente nei primi mesi ci saranno difficoltà. So che ci sarà da soffrire, da fare fatica, da subire critiche. Questo sarà inevitabile».
L’atteggiamento di squadra è convincente: in più occasioni contro Feyenoord e Schalke 04 l'Atalanta ha scelto di rinunciare a verticalizzazioni più immediate e pericolose pur di ritornare da Gaetano e mandare a memoria le sincronie che hanno reso celebri i triangoli e i terzi uomini del possesso sarriano (recuperare per credere gli oltre 3’ consecutivi di manovra senza che lo Schalke 04 riuscisse ad andare oltre a deviazioni in fallo laterale che hanno preceduto lo 0-1 di Scamacca). Completamente diversa la maschera indossata dalla circolazione bassa se il mediano è de Roon: la regia in quel caso pare più condivisa, affidata anche ai cambi di gioco diagonali del difensore centrale.
Carnesecchi aggiunge ogni stagione un tassello in più al suo gioco. In questo caso, la distribuzione sul medio-corto per azionare la manovra dei giocatori di movimento. Scalvini sa sempre tagliare la prima linea di pressione con un passaggio rasoterra; anche se la lettura degli smarcamenti del regista deve essere affinata.
Da valutare nel breve periodo sarà la capacità di Gaetano di tradurre la posizione sperimentata negli ultimi quattro mesi di Cagliari in una squadra che vuole fraseggiare sul corto per risalire con maggiore riflessività rispetto ai sardi. Le uscite con Feyenoord, Schalke 04 e Athletic, unite a una condizione atletica ancora da affinare e una mezzala di lato palla spesso troppo lontana per una giocata a muro in base agli standard sarriani, hanno mostrato una gestione a tratti deficitaria della pressione forte avversaria. Se Gaetano non è ancora – forse non lo sarà mai – un uomo da “palla in banca” spalle alla porta, la visione di gioco e le conduzioni brevi quando vede i movimenti dei compagni in profondità sono sempre state di primo livello: sta ora a Sarri, a Gaetano e al sistema di gioco atalantino la piena valorizzazione di un talento mai pienamente sbocciato. Indicativo è il cambio di spartito tra il primo e il secondo tempo contro l’Athletic: il Gaetano nascosto e insicuro nelle conduzioni brevi della prima frazione ha lasciato posto a un numero 70 più convinto nel mettersi in visione ai fianchi della pressione basca e rapido nell’appoggiare in avanti nella ripresa.
Il passaggio di Kossounou deve essere eseguito meglio, ma in caso di palla persa le distanze da coprire in transizione negativa da Samardzic/Éderson sono incolmabili.
Oltre alla concessione a turno a entrambi i terzini di condurre anche verso l’interno del campo per avvicinarsi al resto dei compagni prima di inserirsi verticalmente in profondità, l’espediente più ricorrente nella manovra, in caso soprattutto di marcatura a uomo sul proprio regista, è l’abbassamento sulla stessa linea (addirittura più arretrato, come visto soprattutto contro Mantova e Arezzo) della mezzala sinistra. Le difficoltà mostrate nelle posture di Éderson nel ricevere dai difensori per poi scaricare o progredire, sono mitigate dalla qualità della circolazione palla. Il suo approccio pare totalmente diverso dall’Éderson un po’ scollegato e un po’ zoppicante dell’annata appena conclusa, rinfrancato da un rinnovo di contratto con stipendio più che raddoppiato e da una collocazione che gli ricorda le stagioni in Brasileirão e il semestre alla Salernitana di Nicola.
Sulla credibilità dell’Atalanta come attacco tra i più prolifici del prossimo campionato, è ancora troppo presto per esprimersi. Dipende anche come uno voglia interpretare i dati della passata stagione di Serie A, quella in cui dai 78 gol con Gasperini si è passati ai 51 di Juric/Palladino: solo Inter (1.77) e Juventus (1.68) hanno prodotto più Non Penalty Expected Goals dell’Atalanta ogni 90’ (1.47) secondo Opta Analyst, solo Juventus (34.42) e Inter (34.05) hanno toccato più volte a partita il pallone nell’area avversaria della Dea (28.47), soltanto un paio di retrocesse (Pisa -0.37 e Verona -0.30) e una Fiorentina in eterno psicodramma (-0.34) hanno mantenuto un differenziale medio a partita tra reti e xG prodotti peggiore di quello nerazzurro (-0.20). Annata collettivamente sottotono? Stagione sfigata? Talento individuale inferiore a poche ma meccanismi di rifinitura e finalizzazione migliori di quasi nessuna?
De Ketelaere, individualità più nevralgica del sistema, si è sin qui visto per 45’, in evidente ritardo di condizione: essere l’unico giocatore ad aver segnato alla Spagna campione del mondo potrebbe aver sbloccato un ulteriore livello nel calcio del belga, ma è presto per dirlo. Le alternative reali nel ruolo di centravanti offrono a Sarri un’abbondanza che gli mancava dall’esperienza al Chelsea: quando in buona condizione psicofisica, Scamacca ha tutte le potenzialità per essere regista e terminale offensivo di una squadra che associa tanti uomini nella trequarti avversaria; quando servirà un innesco contagioso di intensità mentale o un riferimento più abile nell’attaccare la profondità senza palla, Krstovic ha dimostrato di essere una prima punta più che affidabile per un livello superiore alla medio-bassa classifica di Serie A - in caso di accesso alla Fase Campionato di Conference League, il montenegrino capocannoniere della competizione sarebbe una chiamata quasi banale - con qualche sprazzo di caos positivo anche ai massimi livelli (la performance da uomo cannone nel finale col Borussia Dortmund su tutte).
«Spero che la nostra stagione sia lunga, molto lunga, molto faticosa e piena di partite: ci sarà bisogno di più soluzioni. La possibilità di un 4-2-3-1 come modulo alternativo a quello che abbiamo intenzione di provare nella fase iniziale [4-3-3, nda] è plausibile»: non è utopico pensare che questa frase di Sarri in data 16 luglio si riferisse al compromesso che il Comandante sta stipulando con Giacomo Raspadori. Il giocatore dal maggior stipendio della rosa bergamasca è uno dei pupilli di Sarri, che l’avrebbe voluto in ogni modo nelle stagioni laziali: di sicuro non lo aveva immaginato come esterno sinistro di un tridente, pubblicamente ha dichiarato che lo immagina idealmente come centravanti, la storia che i due si accingono a scrivere a Bergamo si troverà probabilmente nel mezzo. Le ferie sfalsate di De Ketelaere e Kamaldeen stanno però impedendo di vedere l’ex Atleti in zone più centrali del campo, dove le qualità associative nello stretto ne giustificherebbero i 23 milioni di euro totali investiti per il suo cartellino nel gennaio scorso.
Un altro compromesso, ancor più intrigante ma sin qui relativamente valutabile, è il reboot di Lazar Samardzic: di nuovo mezzala come ai tempi dell’Udinese ma sul corridoio intermedio opposto. Il serbo è l’elemento su cui Sarri sta perseverando dal primo giorno di ritiro, togliendolo dal terreno di gioco più degli altri colleghi di reparto anche in giornate negative (vedasi i 72’ col Feyenoord, iniziati con un tentativo di eurogol dai 60 metri e proseguiti con un errore di misura dietro l’altro) pur di fargli sentire più fiducia possibile. Tanto dipenderà dalla consistenza atletica espressa in porzioni prolungate di partita, sin qui il suo tallone di Achille. Lui, Carnesecchi, Scalvini, Gaetano e Raspadori costituiscono il quintetto dei titolari fissi nelle uscite prestagionali, e sarebbe illogico non considerare il serbo tra quelli con maggiore ritmo fino alla pausa di settembre.
Per la prima volta dal suo arrivo a Bergamo, la struttura di Sarri potrebbe offrire a Samardzic una coesistenza duratura con De Ketelaere. Gasperini, Juric e Palladino non hanno mai realmente considerato l’opportunità di schierare entrambi insieme a una prima punta “vera” – con uno tra Retegui, Scamacca o Krstovic, 386’ più recupero totali: mai più di 52’ a gara, solamente in 3 casi dal 1’ (Cesena, Sturm Graz e trasferta a Verona nel 2024/25, sempre in formazioni caratterizzate da ampio turnover e avversari al più modesti) e in altri quattro non in situazioni “di emergenza” come una gara da sbloccare se favoriti o da rimontare: i due, assai legati fuori dal campo, potrebbero sbloccare una delle associazioni esteticamente più appaganti della Serie A sul centrodestra dell’attacco atalantino.
La mattina del 22 agosto è stato annunciato, in prestito con diritto di riscatto, Eljif Elmas. Adorato da Giuntoli nell’annata dello scudetto spallettiano a Napoli, una delle nemesi storiche dell’Atalanta - i nerazzurri sono l’unica squadra di club a cui il classe ‘99 ha segnato 3 reti in carriera - aumenta profondità e qualità. Può coprire potenzialmente quattro ruoli nel 4-3-3 (addirittura 5, se si passasse al 4-2-3-1).
Il campione di gare è ancora esiguo, quello di sfide “vere” inesistente. La sensazione è di un’Atalanta che impiegherà fisiologicamente alcune settimane per indossare senza strappi il vestito sarriano, ma l’abnegazione e la disponibilità mostrata non sono banali. Vale comunque la pena porsi alcuni interrogativi su cui tornare nelle prossime settimane e mesi per valutare l’incontro tra il Sarri-Pensiero e il mondo-Atalanta.
Come verrà completata la rosa? Le necessità sono abbastanza evidenti (difensore centrale di piede mancino, a patto che venga monetizzato uno tra Kossounou, Scalvini o Ahanor); centrocampista che possa giocare con o al posto di Gaetano, sgravando Éderson di compiti da regista secondario; uno o due esterni offensivi, vista la lesione del collaterale mediale di 2° grado del ginocchio sinistro che terrà fuori Kamaldeen Sulemana, ragionevolmente, fino a ottobre inoltrato; perché si sta intervenendo così a ridosso dei primi impegni stagionali? È una questione di attrazione scolorita dalla non partecipazione in Champions o Europa League? È perché si aspetta la certezza di giocare la fase campionato di Conference League per capire quanto lunga deve essere la rosa? È per l’individuazione di obiettivi “irraggiungibili”, il cui interesse è fatto trapelare ai giornalisti del settore per illudere i tifosi di un’ambizione mai sopita ma che assomiglia a un gigantesco specchietto per le allodole?
In ultimo, le istanze “di pancia”. Perché, prima che inizino gli impegni ufficiali, l’apertura al pubblico di un ritiro gestito interamente sul territorio bergamasco si è limitata a un paio di amichevoli (la sgambata in famiglia a Clusone di fine luglio e il Trofeo Bortolotti con l’Athletic Club alla New Balance Arena) e un paio di sessioni di allenamento, una allo stadio e l’altra a Zingonia? Perché Francesco Rossi, storico terzo portiere atalantino, si è ritirato ed è diventato un collaboratore tecnico nerazzurro, senza un comunicato che ne annunciasse l’addio e nemmeno uno che ne specifichi il nuovo ruolo? Perché Cristian Raimondi, estensione del tifo atalantino più viscerale in uno spogliatoio ormai di bandiere illanguidite, collaboratore tecnico di Gasperini dall’estate 2017 e mantenuto nello staff sia da Juric che da Palladino, è diventato “collaboratore tecnico della direzione sportiva” con monitoraggio specialmente rivolto allo sviluppo dei talenti tra Primavera e Under23, scelta in alcun modo dipendente da una volontà di CR77? Perché, almeno all’apparenza, una realtà comunque piccola e radicata sul territorio come l’Atalanta sta cercando di favorire un graduale distacco tra la sua base di tifo e la squadra?
MIGLIOR SCENARIO POSSIBILE
Strappata con una partita di pura sofferenza in Ungheria, la qualificazione alla Fase Campionato di Conference League scatena il DS nerazzurro nelle ultime ore di mercato: complici gli arrivi di Bernabé, Romagnoli e Noa Lang, nel vocabolario calcistico italiano i “Giorni del Condor” di gallianiana memoria lasceranno spazio alle “Notti della Volpe” di stampo giuntolesco. I meccanismi fin dalla fase di possesso faticano ad attecchire in campionato: ci pensano i rigori parati da Carnesecchi a Malen e Yıldız a evitare la sconfitta nelle prime trasferte stagionali, ma sono troppi i pareggi casalinghi contro squadre della parte destra della classifica. Superata tra le otto teste di serie la League Phase di Conference e sconfitta l’Udinese agli ottavi di Coppa Italia, la Dea mitiga la delusione per il solo punto ottenuto in 3 gare a cavallo dell’anno nuovo in A tra Napoli, Udinese (trasferta) e Como. Sacrificata la Coppa Italia sull’altare dei sentimenti di Sarri – non ci è concesso dal destino sapere chi incontreranno i nerazzurri in trasferta tra Napoli o Fiorentina, ma saranno lacrime a bordo campo per il Comandante -, l’Atalanta rimane a contatto col treno Champions grazie allo 0-1 di San Siro con l’Inter: la pezza dai 25 metri di Scamacca spezza un digiuno di vittorie atalantine nella San Siro interista che durava dal marzo 2014.
Un’altra epoca.
Marzo e aprile sono i mesi di Noa Lang (4 gol e 3 assist in 7 gare di campionato), maggio vede 7 punti in 3 partite tra Juventus (casa), Como (trasferta, con lo Scudetto comasco già raggiunto matematicamente) e Napoli (trasferta, altre lacrime per Sarri). Al termine del campionato sarà 5° posto, a 3 lunghezze dalla teorica quota Champions League. Quest’ultima però abbraccia anche la quinta classificata: il ranking italiano stagionale è quello meno distante dalla Premier League grazie anche al percorso in Conference League della Dea. Il tabellone impervio (Gent agli ottavi, Braga ai quarti, Ajax in semifinale) fa arrivare però con fiato e panchina cortissimi gli uomini di Sarri alla finale del Beşiktaş Park contro il Brighton: la rissa innescata dai colpi proibiti durante il duello Arokodare-Hien nella semifinale coi Lancieri priva l’Atalanta di Scamacca e dello stesso difensore svedese nell’atto conclusivo, deciso da una doppietta di Georginio Rutter.
PEGGIOR SCENARIO POSSIBILE
15 tiri in porta e nessun gol, sconfitta ai rigori contro l’Hapoel Tel-Aviv replicando l’1 su 4 della semifinale di Coppa Italia con la Lazio: il mancato accesso alla Fase Campionato di Conference League ricorda tremendamente la doppia sfida del 2018 col Copenaghen e condiziona l’inizio in Serie A (3 pareggi e 2 sconfitte nelle prime 5 gare, compreso un 4-0 all’Allianz Stadium condito dalla doppietta di Koopmeiners e i tifosi juventini a dedicare a Sarri un “Dove vaaaaaaai / Che schifo faaaaai / L’Atalanta deve andare in Serie B / Sei ultimissima / Fallitissima”) e suggerisce di perseverare l’immobilismo sul mercato. Giuntoli porta a Bergamo soltanto Ricci, pregato in ginocchio da Sarri, mentre costringe lo staff tecnico alle soluzioni interne (Obric e Cassa) nei ruoli ancora scoperti. L’unico sussulto reale della stagione arriva in Coppa Italia: vittoria in rimonta a Napoli ai quarti, semifinale combattuta sui 180’ contro la Roma, terminata però con spizzata di Cristante e inserimento vincente di Mancini a suggellare la qualificazione giallorossa alla finale dell’Olimpico. Come nel 2025/26, è ancora una sconfitta interna con la Juventus (1 maggio) a interrompere bruscamente la rincorsa nerazzurra alla top-4: le 7 vittorie consecutive degli uomini di Sarri, trascinati da Scamacca e De Ketelaere, sono vanificate dalla serpentina di Alajbegovic.
Magari stavolta senza la complicità di Carnesecchi.
Il contraccolpo psicologico ha conseguenze infauste: Sarri è applaudito dall’intero Maradona all’ultima stagionale, ma la sconfitta col Napoli non permette all’Atalanta di recuperare alcuna posizione in classifica, terminando l’annata addirittura al 10° posto per la peggior classifica avulsa con Fiorentina e Bologna. Il Comandante, al termine della gara, rivela di aver allenato in cattive condizioni di salute nell’ultimo mese, decidendo di terminare la propria carriera da allenatore. Per la terza estate di fila, per l’Atalanta sarà rivoluzione.
GIOCATORE DA PRENDERE AL FANTACALCIO
Citando la Mega Guida all’asta del Fantacalcio 2026/27, “Ederson ha vissuto la sua stagione con più xG e al contempo quella con meno gol segnati. Probabilmente non sarà mai un centrocampista da 10 gol, ma se dovesse rimanere all’Atalanta sarà interessante vedere se Sarri riuscirà a valorizzarne delle doti offensive rimaste secondo me sempre un po’ sopite”.
Dopo un -2,89 di differenziale tra non penalty Expected Goals e non penalty Goals nel 2025/26, dopo meno di un minuto dall’ingresso nella prima amichevole stagionale il brasiliano ha timbrato: non ci si aspetta il regen di Milinković-Savić, ma battere o almeno replicare il record di 6 gol stagionali in A non sembra una chimera.
GIOCATORE CHIAVE
Dovrà esserlo, malgrado sinora in carriera abbia sempre mostrato di schivare per quanto possibile ogni responsabilità. Lo potrà finalmente essere, dopo il 2024/25 con soli 5’ giocati e un 2025/26 altalenante per condizione e rendimento, in cui comunque la miglior versione dell’Atalanta è coincisa con la sua disponibilità per più di 5 gare consecutive. Che il 2026/27 sia la prima stagione completa di una Dea costruita attorno a e sostenuta da Gianluca Scamacca? L’applicazione in fase di non possesso e una serenità all’apparenza più diffusa nel suo gioco in prestagione sono segnali incoraggianti, nonostante l’efficienza atletica lambisca al momento l’ora di gioco.

