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Perché tra business ed errori la Nazionale non appassiona (e invece l'Atalanta si)


Business e territorio: Nazionale esempio peggiore, Dea migliore

Credo di essermi entusiasmato per la Nazionale di calcio per l’ultima volta nel 1982, ai leggendari mondiali di Spagna. Già 4 anni dopo, la passione era molto raffreddata fino al totale disinteresse di oggi. 

Per me il calcio è solo l’Atalanta, e credo che molti tifosi nerazzurri la pensino come me. E sia chiaro che non ho un pregiudizio snobistico verso le Nazionali: faccio il tifo per tutti quelle e quelli che vestono l’azzurro, ma non nel calcio.

Perché? Intanto, perché il calcio non è uno sport. È un fenomeno sociale globale che risponde ad altre dinamiche: da una parte il business, dall’altra un fattore identitario che proprio dal business viene sfruttato in maniera cinica.

Il meglio che questa dialettica può produrre è una storia come quella dell’Atalanta: un club storico legato a un territorio e gestito da businessmen intelligenti che da quel territorio a loro volta provengono. Il peggio è una storia come quella della Nazionale italiana negli ultimi anni, fino all’infame teatrino di questi giorni. In questi decenni la Nazionale ha spesso rappresentato la parte più deteriore del carattere italiano, l’esatto opposto di quella formidabile impresa di 44 anni fa quando incarnammo l’epica e archetipica storia degli sfigati che si ribellano al loro destino e con la forza di un popolo intero ribaltano le sorti già segnate dal fato. Non a caso era la Nazionale di Pertini Bearzot, due grandi vecchi in cui ciascuno poteva riconoscersi con orgoglio e — cosa ancora più importante — con spontaneità. Sfido chiunque di noi a sentirsi oggi rappresentato da uno come Mancini, che se ne è andato anni fa per soldi e che oggi torna proclamando «la Nazionale è l’amore della mia vita». Un paradosso reso possibile solo dal contesto dirigenziale che ha intorno. Come si può pensare che un sistema del genere produca una squadra che sul campo ottenga dei risultati?

Sono 12 anni che non ci qualifichiamo a un mondiale esattamente per questo: perché pensiamo di meritarci qualcosa dovuto a una storia che abbiamo tradito. Ragionamento che, temo, si potrebbe estendere ad altri campi. Il calcio è popolare perché, come la religione, fornisce un’illusione (o una fede, a seconda dei sentimenti personali): ma chi se la sente di credere a gente come quella che abbiamo visto all’opera in questi giorni? Solo Atalanta, tutto il resto avanza.

fonte bergamo.corriere.it

By marcodalmen
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