Atalanta: i numeri della regina delle plusvalenze e il raffronto (impietoso) con i club di Serie A

Il quadro delle plusvalenze dell’era Percassi, rapportati in percentuale al fatturato anno per anno e l’utile dell’esercizio considerato. Netto e deciso il cambio di passo dell’era Gasperini (dal 31 dicembre 2017) sia nelle plusvalenze che nel fatturato e di riflesso sugli utili
Con la cessione record di Palestra la quota di effetto economico positivo da player trading nell’era Percassi sfiora gli 800 milioni di euro: è quasi il 30% del fatturato, con un bilancio costantemente in utile e un risultato sportivo costante
Con la cessione di Marco Palestra al Chelsea, l’Atalanta riscrive una nuova pagina del personale libro dei record in termini di plusvalenze messe a bilancio, visto che i circa 57 milioni di euro che la Dea incassa per un ragazzo cresciuto nel vivaio nerazzurro sin da bambino superano anche i 53,2 milioni di effetto economico positivo generato dal trasferimento di Rasmus Højlund al Manchester United, con un ricavo che aveva superato i 77 milioni di euro nel 2023. Soprattutto, l’accordo con i Blues per il classe 2005 porta il totale delle plusvalenze dell’era Percassi, dal 4 giugno 2010 in avanti, fino a toccare l’incredibile cifra di 800 milioni di euro.
Per la precisione, il conteggio ufficiale che emerge dai bilanci parla di 609,11 milioni al 30 giugno 2025 a cui vanno aggiunti Retegui, Ruggeri, Lookman e Palestra e anche Ederson, con quest’ultima cessione che potrebbe — anzi, dovrebbe finire nel bilancio 2026/27, differentemente dai primi quattro che saranno tutti nell’esercizio 2025/26. In totale, queste cinque operazioni in uscita dovrebbero portare plusvalenze per una cifra non lontana dai 190 milioni, bonus compresi. Numeri mostruosi, impareggiabili in Italia e che anche in Europa concorrono con club del calibro di Borussia Dortmund, Benfica e Monaco, giusto per citare alcune vetrine decisamente costose. Realtà che hanno una storia e un trascorso ben differenti rispetto al club bergamasco, oltre ad una piazza e un bacino d’utenza radicalmente diverse.
Un esempio? L’Atalanta ha piazzato negli ultimi dodici mesi la metà delle prime otto cessioni più ricche della sua storia in termini di differenza di valore. Con i sopracitati Palestra e Højlund sul podio si piazzano gli oltre 44 milioni di Koopmeiners alla Juventus (agosto 2024), mentre subito dietro c’è Mateo Retegui all’Al-Qadsiah (luglio 2025), di cui si conosce la cifra di vendita di 61,75 milioni su un costo di 24,5 milioni con 5 anni di contratto, deducendo circa 42 milioni di euro di plusvalenza, che verrà ufficializzato nel prossimo bilancio. Subito dietro c’è, o meglio, ci sarà Ederson con i suoi 40 milioni di effetto economico positivo. Senza dimenticare Ademola Lookman all’Atlético Madrid lo scorso gennaio: la sua operazione dovrebbe aver portato un “+” di circa 30 milioni di euro, poco meno di Kulusevski e Romero, intorno ai 33-34 milioni.
Atalanta, l’effetto delle plusvalenze
Come si evince dalla tabella di cui sopra, le plusvalenze sono state un traino per la crescita della società, visto che si parla in percentuale di un impatto del 27%, poco più di un quarto del fatturato totale (e potrebbe anche aumentare nel prossimo bilancio arrivando intorno al 30%). Sembra un numero non significante, ma messo in prospettiva fa capire che così non è, perché nessuno in Italia negli ultimi 15 anni ha avuto un’incidenza così alta degli effetti economici positivi da player trading sui propri bilanci.
“In termini non prettamente tecnici, le plusvalenze sono gli utili conseguiti sulla vendita dei giocatori che sono pari alla differenza tra il loro costo originario (ammortizzato) e il prezzo incassato dalla vendita. Rappresentano un provento che contribuisce insieme agli incassi delle partite e delle sponsorizzazioni a determinare il valore complessivo dei ricavi della società. La differenza tra quest’ultimo valore e il totale dei costi determina a sua volta l’utile d’esercizio”, spiega il dottor Giorgio Berta dello Studio BNC.
Per fare un confronto con gli altri club, all’Inter e alla Juventus le plusvalenze incidono circa per il 15% del fatturato (che storicamente è molto più alto rispetto a quello dell’Atalanta) e sono relative soprattutto ai giovani del vivaio.La vera, grande differenza è che questi club non chiudono i bilanci in utile come invece capita all’Atalanta, quella che Gasperini lo scorso aprile aveva definito “anomalia”, ricordando come “per nove anni l’Atalanta abbia giocato con le migliori squadre italiane ed europee facendo utili, e questa è stata la cosa straordinaria”.
È infatti curioso come le altre squadre che abbiano un’importante incidenza delle plusvalenze sul fatturato – Roma e Fiorentina, circa il 20% – non abbiano frequentato la Champions League negli ultimi anni — ovvero, non abbiano conseguito un risultato sportivo. In questo senso a maggior ragione soltanto il Napoli si può paragonare alla Dea per bilanci in ordine, segni “+” e risultati soddisfacenti ottenuti. E anche altri club che vendono come Udinese o Sassuolo e fanno uso sistemico del player trading non arrivano dove arriva l’Atalanta. Perché in campo si crea il valore, ma la forza di un club sta anche nel saperlo gestire.
fonte bergamonews.it