Lettera al sito: "Quanno ce vò ce vò"

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Cari fratelli,
mi scuso in anticipo se vi rubo 5 minuti, ma, come si dice da queste parti, quanno ce vò ce vò.
Io, atalantino sfegatato che combatte da 45 anni coi tifosi locali, lo sapevo che oggi al lavoro era meglio se non ci andavo. Ma come fai a prendere un giorno di ferie decidendolo poco prima della mezzanotte del giorno precedente e cioè nell’ attimo stesso in cui finisce la serie dei rigori e spegni immediatamente la tv ? E poi che faccio, mi chiudo in casa, dopodomani sarebbe cambiato qualcosa ? No e allora via, affrontiamo questa giornataccia.
Amici, conoscenti e colleghi non ti parlano che della partite di ieri sera, neanche in campo o in panchina ci fossi stato tu. Quelli di fede giallorossa, la gran maggioranza, ti ripetono lo stesso concetto con poche varianti: “ Ma pe na vorta che stratifavo pè voi, m’ annate a fa sta partita de me…. contro nà banda de scappati de casa che nun sannno manco loro come hanno fatto ad ad andà in finale. Questi nun c’hanno nessuno, a parte forse Gila e voi ve fate buttà fuori, pure in casa e ai rigori. Ma allora meritate proprio dì esse mannati a fan…( l’ eleganza dell’ eloquio capitolino è quella che è). Poi ci sono gli sparuti laziali, simpatici come dei piranha nel costume da bagno, che magnificano la loro squadra, neanche avessero vinto la Champions. Se provi a fargli notare che la loro squadra ieri faceva sembrare la Juve del Trap il Foggia di Zeman e che erano anni che non vedevi un catenaccione simile, ti guardano con malcelata compassione e, sogghignando ti dicono: “Se vabbè, ma sai che ce frega, tanto in finale c’annamo noi mica voi.”
Torni a casa provato e di malumore e tuo figlio ti dice che non hai idea di quanto, come si dice da queste parti, a scuola lo hanno “ perculato”, cioè preso in giro tutti, pure quel paio di juventini ed un solitario milanista.
Ma poi ci rifletti un attimo e ti dici che il vero problema non è quello che ti dicono, piuttosto quello che non ti dicono più da mesi. Fino a pochi mesi orsono era tutto un: “ahò ma lo sai che me piace un casino la tua Atalanta per come gioca, perché ha coraggio, ed infatti l’unica che mi vedo a parte la mia”; oggi non telo dice praticamente più nessuno. E allora cerchi conforto nel video del mitico Otis, che ormai senti quasi come un fratello e lui dice proprio quello che pensi: ma dove sono finite la fame, la grinta, il gioco che tutti ci invidiavano, la nostra proverbiale intensità ? Dove è finita la Dea degli ultimi nove anni ?
E poi il nocciolo del problema; io non faccio il giudice, non sto qui a cercare i colpevoli, non è cosi’ importante decidere se ce la dobbiamo prendere con i dirigenti, il tecnico, i giocatori, i raccattapalle o i giardinieri di Zingonia, qui conta solo invertire la rotta, evitare che la deriva diventi irreversibile. E allora dico solo una cosa. Chiudetevi tutti in una stanza, parlate, discutete, esaminate, litigate, lanciatevi i cuscini delle poltrone, insultatevi, ma quando uscite spiegateci bene l’ idea, il progetto, il piano per restituirci l’ Atalanta che abbiamo tanto amato. Penso lo dobbiate ad una tifoseria davvero, per me, unica al mondo che merita di andare al lavoro il giorno dopo la partita, a testa alta, orgoglioso, della sua squadra indipendentemente dal risultato, felice di tifare la Dea.
Francesco, uno che a 15 anni saliva da Roma a Bergamo per vedere e tifare l’ Atalanta che quell’ anno era in C.